Il diario di un commentatore sportivo ad Atene
Stephen Benians*
La pace sul calcio d’inizio contro il conflitto in diretta
Il 27 agosto l’italiano Enzo Baldoni veniva giustiziato sul canale iracheno Al Jazeera e su altri canali locali, mentre la squadra di calcio dell’Iraq giocava contro l’Italia per il bronzo alle Olimpiadi. Questo ci dice molto sulla natura del conflitto di oggi e sullo scopo primario dei giochi olimpici.
Lo scopo degli antichi giochi olimpici era la pace, un cessate il fuoco per garantire la realizzazione sicura dei giochi. La tregua olimpica moderna è la testimonianza del potere dello sport, infatti è la prima risoluzione adottata con voto unanime dalle Nazioni Unite. La tregua olimpica ha dimostrato il potere dello sport nella prevenzione dei conflitti e, attraverso ciò, il fatto che una idea di pace sia possibile.
Ma oggi la natura dei conflitti è cambiata. Oggi siamo di fronte a un conflitto asimmetrico e al terrorismo. I media sono diventati la chiave e l’arma determinante del terrorismo, quindi in questo tipo di guerra il luogo principale di scontro si sposta dal campo di battaglia alla visibilità mediatica. Di conseguenza, i giochi rischieranno sempre di realizzarsi contemporaneamente a lotte asimmetriche. Vista la natura dei conflitti moderni, sarà possibile una moderna tregua olimpica?
Questa diretta dolce e amara che abbiamo vissuto nei momenti salienti del 27 agosto, rende nulla gli ideali della tregua olimpica. La violenza e la pace simultanee tra due persone, giustapposte sui campi di battaglia moderni in onda nei media, enfatizza semplicemente il pathos di ciò che è possibile, ovvero la necessità di soluzioni pacifiche. Ciò che abbiamo visto il 27 agosto è una permutazione moderna dell’antico obiettivo dei giochi di promuovere la pace.
L’Ercole Iracheno contro le fatiche dell’Europa.
Reza Zadeh Hossein ha fissato il nuovo record nel sollevamento pesi vincendo la prima medaglia d’oro. Erano 162.95 Kg, il peso dell’identità di una nazione.
Non sono le statistiche o il totale delle medaglie vinte ad essere importanti, ma i sogni. Anche se solo attraverso una vittoria, i giochi danno espressione ai sogni e all’identità di una nazione. A livelli individuale, attraverso l’identificazione con gli atleti, ciascuno di noi può trovare il proprio posto nel mondo. A livello nazionale, un paese può dimostrare la propria forza e il proprio orgoglio in un modo più sicuro che delimitando il proprio territorio con armi nucleari. Per tutti coloro che cadono vittime dei processi commerciali, politici e culturali a livello globale è quasi come se “una bastasse”: una medaglia è il modo più tagliente per dire “un altro mondo è possibile”, come anche Vision ha sottolineato nel suo saggio.
Dobbiamo parlare di successo olimpico in termini di “numero di medaglie vinte”? Qualcuno afferma che le Olimpiadi sono dominate dal linguaggio dell’egemonia o del capitalismo: “la Cina ne ha di più e quindi è la migliore. Gli USA hanno più ori quindi sono più potenti… ecc.”.
E voi come vi siete classificati?
È piuttosto comico e tipico che l’UE abbia risposto “Siamo arrivati primi”. Se l’UE volesse dimostrare la sua identità dovrebbe capire che ne ha già una, sebbene complessa, diversa e fluida. L’UE dovrebbe capire come comunicare la sua identità, invece di imporre una definizione istituzionale che crei artificialmente sogni comuni per un popolo comune, come ad esempio ha tentato di fare suggerendo di utilizzare una bandiera sportiva comune. L’Iran su una scala di valori alternativa, basata sui valori reali delle Olimpiadi, si è classificato primo: ciò sembra essere una possibilità per nazioni belligeranti, per la possibilità di dimostrare il proprio valore in modo pacifico e alimentare i sogni del proprio popolo. Su questo fronte l’UE è arrivata ultima.
L’uomo di Bolton.
Amir Khan mostra la medaglia d’argento nella sua città natale, Bolton, in Gran Bretagna, con tutto l’orgoglio meritato di un giovane atleta. “… E Bolton non ha avuto un gran che da festeggiare visto il suo passato”, scrivono i giornali. Se i giochi olimpici non possono funzionare oltre il livello nazionale, possono certamente farlo a livello locale. Quando Khan, questo pugile diciassettenne, ha sfoggiato la propria medaglia a Bolton ciò ha significato di più per i suoi concittadini che per la Gran Bretagna (anche se il riconoscimento nazionale è stato molto grande). L’uomo di Bolton è stato elogiato dai francesi, dagli americani, dagli olandesi e molti altri in un modo unico perché le televisioni nazionali tendono a concentrarsi sui propri atleti. Attraverso Amir, Bolton ha trovato il suo posto nel mondo e a riscoperto il proprio orgoglio. Imbrigliare opportunità globali, come i giochi olimpici, per l’interesse delle comunità locali ci fa pensare che le Olimpiadi sono un grande forum globale, allo stessa maniera di un incontro tra nazioni. Almeno per quelli che hanno gareggiato e che vorrebbero farlo.
Amazzoni e Indiani.
Alcuni o non sono in grado di gareggiare o non lo vogliono fare.
Ci sono delle anomalie nel simbolismo dei giochi. L’India si è assicurata una sola medaglia, ma è stato solo quando l’ho vista gareggiare nella staffetta finale dei 4x400 metri, che ho realizzato quanto sia stata assente ad Atene e certamente non grazie al commentatore che non li ha nominati nemmeno una volta. Siamo d’accordo che gli atleti indiani non sono stati particolarmente brillanti, eppure l’India rappresenta un quinto della popolazione mondiale! Perché questa discrepanza?
Forse che il problema derivi da una più grande mancanza di finanziamenti o infrastrutture per la promozione dello sport all’interno delle priorità politiche nazionali? O forse perché la cultura indiana non fa sì che i suoi atleti possano partecipare a pieno? Non intendo generalizzare sulla cultura indiana ma ciò fa sorgere una domanda: forse i giochi tendono ad escludere alcune culture? Per l’India tute troppo aderenti o minute sono di certo un tabù sociale, specialmente per le donne. Se per allenarsi e poi gareggiare abbiamo bisogno di compromessi sociali e culturali (come indossare tute aderenti), l’ideale di celebrare le diversità del mondo attraverso il linguaggio comune dello sport è reso incompleto o dolce e amaro: se parli questa lingua comune significa forse che la tua identità verrà sminuita o che dovrai vergognartene?
Non tutti hanno il desiderio di parlare la lingua dello sport, almeno non con la grammatica richiesta dalla competizione internazionale moderna, ma non sarebbe meglio mettere da parte queste complicazioni e semplicemente andare avanti? Se così fosse, di chi sarebbe la vittoria? Un pensiero illuminato che mantiene diverse le culture o un’egemonia culturale del liberalismo occidentale?
E che dire allora delle olimpiadi indigene degli amazzonici, che si sono svolte a luglio in Brasile? Ad esse hanno partecipato persone di molte tribù piuttosto che di nazioni. Esse non possono partecipare alle Olimpiadi CIO, ma in ogni caso preferiscono non farlo perché se lo facessero ciò sminuirebbe la loro identità. Per questo hanno istituito i loro giochi. Forse i Rom o i palestinesi dovrebbero istituire “i giochi senza stato”, un equivalente culturale delle Olimpiadi per i disabili in un mondo globalizzato? O forse sono le Olimpiadi che dovrebbero adattarsi a loro?
Verdetto di colpevolezza in un processo fatto dai media.
Gli “dei greci” della velocità sono stati esclusi dalle finali dei duecento metri. Quelli che hanno gareggiato sono stati ostacolati e deconcentrati dalle beffe della folla a maggioranza greca. È stata una buona cosa che tutto ciò sia stato sentito in TV invece di rimanere “muto”. Non dovrebbe esserci nessun luogo sicuro per chi nutre pregiudizi. Lasciamo la platea fischiante soccombere sotto il peso del mondo che li guarda, lasciamo che i mass media li incriminino e speriamo che si riesca a trasformare il peggio in una migliore sportività e decenza umana. È stato sbagliato beffarsi degli atleti a maggioranza americani solo perché i campioni greci erano assenti, e ciò indipendentemente dal motivo. Il fatto che quelli nelle curve non sappiano accettare dignitosamente la sconfitta non è significativo della cultura greca. Nell’antichità le tifoserie si “autoselezionavano”: chi credeva di aver subito un torto lo dimostrava apertamente ma dignitosamente. A differenza dei canti razzisti provenienti dalle curve inglese, censurati per poter essere mandati in onda, questo spettacolo olimpico è stato lungi dall’essere un pacchetto sterile! Lasciamo che i denigratori si vergognino e capiscano dove hanno sbagliato. Non dovrebbero prendersela con i fortunati o con chi si è guadagnato un posto nella competizione, dovrebbero invece capire che ciò che accecò i loro atleti sono state solo la sfortuna, le circostanze, se non le droghe o il “dio” degli incidenti di motocicletta, chiamateli come vi pare. Non solo la Grecia ha subìto un processo da parte dei mass media. Un sostenitore belga ha detto davanti alle telecamere che la scarsità di medaglie belghe dipendeva dalle loro divisioni interne: “I belgi (o almeno la politica sportiva del mio Paese) – ha commentato – danno maggior importanza ai Flems che battono i Walloons e viceversa, piuttosto che tifare per una squadra nazionale unita”. Ma come sempre accade con i mass media, non c’è alcuna difesa.
L’antica Cina reclama il suo posto. L’ascesa dell’Est e il declino dell’Europa
È importante ricordare che i giochi olimpici oggi non riguardano solo lo sport ma sono anche indicatori dell’importanza politica nella competizione internazionale.
Sono state le Olimpiadi del 1936 a Berlino a dimostrare per la prima volta la forte interrelazione tra la politica e lo sport e in particolare a Berlino anche l’importanza dello sport per la questione razziale. I giochi e lo sport s’intrecciarono con la politica e le razze. Adolf Hitler preparò meglio che poté le sue squadre per potersi imporre ai giochi. Furono gli Stati Uniti a rubargli la vittoria con le quattro medaglie d’oro di Jesse Owens.
La vittoria giapponese nella maratona del 1936 fu un momento altrettanto importante. Il Giappone infatti poté dimostrare il suo prestigio tra le nazioni migliori in campo sportivo. Il Giappone volle successivamente seguire le orme della Germania ospitando i giochi e ciò fu finalmente possibile nel 1960. Da allora il numero delle medaglie vinte dal Giappone è in crescita, e questo si è verificato soprattutto ad Atene.
È chiaro che il successo a livelli agonistici alti abbia generato e rinforzato l’orgoglio e l’autostima di quella nazione.
Deng Xiaoping iniziò le sua politica di riforme nel 1979. Di tutte le riforme che attuò, ci ricordiamo in particolar modo di quelle economiche che inclusero lo sport come priorità nazionale. In seguito, a partire dai Giochi del 1980, abbiamo visto la Cina salire nella classifica dello sport mondiale.
Come il Giappone, anche la Cina volle dimostrare attraverso le Olimpiadi di posizionarsi tra i primi posti delle potenze mondiali e non più come ennesimo partecipante della razza politica ed economica globale. Alla stessa maniera, la sua posizione ai vertici della classifica di Atene riflette la sua forza economica attuale e potenziale. Lo sport è lo strumento più potente della diplomazia pubblica che le nazioni stato posseggono, ed è anche ciò che più velocemente si trasforma in potere diplomatico tradizionale.
L’importanza data allo strumento “soft” della diplomazia pubblica dello sport oggi riflette la tendenza a costruire il potere delle nazioni attraverso mezzi più miti, cooperativi e multilaterali. Questo di certo è in contrasto evidente con il selvaggio unilateralismo degli Stati Uniti.
Beijing sta premendo per la formazione di gruppi regionali politici ed economici che essa possa gestire, come la già proposta Comunità dell’Est asiatico, e che taglierebbero fuori gli Stati Uniti, creando un blocco globale per rivaleggiare contro l’Unione Europea.
La Cina sta abilmente attirando l’Africa come sua partner nel mondo, sminuendo in questo modo le politiche di sviluppo europee basate sul potere di forte “condizionabilità”: prima le riforme, poi apriamo il mercato e soltanto dopo porteremo gli aiuti. La Cina sta investendo grandemente in Etiopia, per esempio, portando gli investimenti più urgenti e richiesti senza porre tutte quelle condizioni che potrebbe imporre l’UE. Perché? La politica umanitaria della Cina riflette il desiderio che altri Paesi appoggino la sua priorità nella politica estera, ovvero, la sua rivendicazione su Taiwan. Chen Gonyuan, un esperto dell’Accademia cinese di Scienze Sociali, dice: “Nelle arene politiche e diplomatiche la Cina si sforzerà più di altri di supportare i Paesi africani per proteggere i loro diritti, per lottare contro l’unilateralismo negli affari internazionali e per appoggiare un nuovo ordinamento politico internazionale. Di contro, i Paesi africani possono supportare la Cina nella questione di Taiwan e dei diritti umani”. Inoltre, l’equivalente cinese della Legione Straniera è stata inviata in Sudan a sorvegliare i bacini petroliferi ai quali viene data molta importanza strategica. Mentre gli Stati Uniti danno importanza strategica al Medio Oriente per il petrolio, la Cina guarda avanti e salvaguarda il proprio futuro energetico prendendo dalla sua parte l’Africa e il suo petrolio. Quando il mondo se ne accorgerà l’Europa e gli USA non avranno più una grande influenza sull’Africa.
Se la Cina, come è stato previsto, diventerà la nazione più potente al mondo credo che non s’imporrà sulla scena con grande visibilità mediatica o con mano pesante. Sarà più passiva, ottenendo silenziosamente e con mano ferma ciò che vuole, usando prudenza e segretezza multilaterale, senza cadere nella trappola di alienare il resto del mondo come hanno fatto gli USA. Questo potere mite richiede un supporto anche dallo sport, capace di dimostrare la virtù dell’“equità” tra le nazioni del mondo in campo olimpico, i propri valori e la sportività.
Gli USA stanno ora ignorando il mondo e le sue opinioni, proprio come fece l’antica Cina durante il suo Medio Regno. La Cina sembra aver imparato ed è decisa a riprendere la sua antica posizione predominante, questa volta non solo attraverso i propri occhi da vincitore, ma con quelli del mondo intero. Come per l’antica Cina, gli USA credono di potere rimanere nella posizione predominante, potendo permettersi di chiudersi in se stessi e non ascoltare. Forse la prossima classifica delle medaglie sarà un segnale d’allarme di ciò che avverrà.
Scenderanno gli USA nella classifica del medagliere, vista l’importanza sempre minore data allo sport come fonte di forza e di riconoscimento nel mondo, affidandosi invece al potere militare per mantenere la loro predominanza? Forse ciò già accade. Uno degli sport cari agli USA è il basket. Esso riflette la struttura capitalista statunitense, con il primato degli atleti più pagati al mondo. Nonostante ciò, per la dream team statunitense Atene è stato un incubo. Altre nazioni “inferiori” le hanno rubato la luce della ribalta. A Beijing ci potremo aspettare i bulli statunitensi al secondo posto sul podio, innervositi dalla Bandiera Rossa al primo. Lo sport sembra essere l’alleato chiave del multilateralismo nei giochi di potere globali. Forse è per questo che l’UE si è così ostinata a sostenere di essere in testa alla classifica delle medaglie. Questa è certamente una pretesa senza fondamenta e riflette la sua mancanza di reale autorità in politica estera.
Bruxelles, 6 Settembre 2004
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* Stephen è consulente per The Centre, la think-do tank con base a Bruxelles (www.thecentre.eu.com). Collabora con Vision su alcuni progetti nell'area di ricerca europea.
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