L’India ha bisogno di entrare in Gioco

Rana Sarkar*

Se i Giochi olimpici sono una metafora della globalizzazione, come gli amici di Vision sostengono nel loro saggio, allora l’India, e con essa un sesto dell’umanità, ha fallito nel parteciparvi. In qualche maniera, la medaglia d’argento vinta come amministrazione coloniale indivisibile a Parigi nel 1900 si è trasformata in un insignificante bronzo a Sidney nel 2000 per poi salire di un solo gradino con un altro argento ad Atene, occasione in cui per la prima volta, tra tutte le gare, un atleta indiano ha vinto una medaglia individuale. Una performance scioccante per ogni standard, con conseguenze di lungo raggio sull’abilità dell’India di progettare un potere “soft” e, aspetto molto importante, la propria autostima che – come ho avuto modo di dire in altre sedi – se non curata a dovere potrebbe compromettere in maniera notevole la volontà di questo grande Paese di diventare una potenza mondiale nel XXI secolo.
La globalizzazione ha alterato indelebilmente la sintassi del potere internazionale, dove le contabilità e i dati del PIL hanno cessato da tempo di essere, se mai lo sono stati, indicatori attendibili di come il potere è distribuito tra le nazioni.In questo nuovo mondo, che lo si capisca o meno, i premi vanno sempre di più a chi è capace di aggiudicarsi il “mind-share” globale e di ottenere risultati attraverso una produzione culturale significativa ed eventi simbolici a livello mondiale. I flussi economici e le agende del potere seguono spesso i successi in questi campi. Lo sport, come ci si poteva aspettare, si è distinto come una piattaforma per la competizione reale e simbolica e il medagliere olimpico è diventato uno standard mondiale indiscutibile e un barometro ufficioso del prestigio nazionale ovunque nel mondo.
In questa nuova economia della reputazione, le culture sportive hanno spesso fatto molto e bene. L’Australia, dove lo sport e la sportività sono caratteri distintivi dell’identità nazionale, pare stia beneficiando già ora e per i prossimi decenni a venire grazie al suo rinforzato prestigio sia come nazione ospite dei Giochi, ma anche come leader per numero di medaglie per cittadino tra gli stati “non-micro”.
Dopo Atene, sia in India che all’estero, centinaia di articoli sono stati dedicati a comporre il puzzle della scarsa performance indiana. Molti commenti hanno assunto la forma di dolorose lamentele, ma, per lo più, la domanda più frequente è stata: come può uno Stato dalle dimensioni di un continente, con più di un miliardo di abitanti, nel pieno della trasformazione e del boom economico, e (discutibilmente) posizionato al limite della superpotenza produrre un numero così esiguo di atleti di levatura olimpica?
La risposta più immediata è stata la scarsità di una tradizione sportiva internazionale. Facendo mondo a sé, gli orizzonti competitivi dell’India si sono fermati ai confini interregionali e nazionale, un livello piuttosto basso rispetto agli standard globali. Tale limite è legato anche ad altri fattori, come la mancanza di facilities di livello olimpionico, una classe media sempre più numerosa affollata in città che offrono pochi servizi, strutture insufficienti di sponsorship e un debole supporto culturale agli sportivi amatoriali o, almeno, a chi non stia cercando di guadagnarsi un ruolo dentro la squadra nazionale di cricket (la prima ossessione nazionale dell’India).
La classe, la razza, le caste, la religione, la storia, il misterioso ma affascinate “reticolato” di cui è composta la società indiana, tutti questi elementi giocano indubbiamente un ruolo. La cultura dell’estetica del corpo non è parte della recente tradizione delle élite indiane. Comunque, il successo di atleti in “diaspora”, dal ginnasta statunitense medaglia d’oro Mohini Bhardwaj a Fijian Vijay Singh, l’attuale numero uno nel golf, smentisce l’idea (affascinante per la stessa folla che un tempo fu responsabile della presunta irrimediabile crescita della popolazione Hindu) che vi sia qualcosa di “nonsportivo” nel dna degli indiani. Il successo olimpico non è una scienza esatta. L’utilizzo congiunto di risorse, allenatori, sponsor e atleti duramente selezionati, reiterato per diversi cicli olimpici e sotto la supervisione di un comitato nazionale esperto, solitamente porta a buoni risultati.
I leader indiani non possono permettersi di trascurare questo aspetto ancora disatteso. In ogni caso, ci sono segnali che lasciano credere che i leader nazionali incomincino ad accorgersi di ciò. La partecipazione, i collegamenti via satellite in tutto il pianeta, un’accresciuta competizione internazionale e un sempre maggiore internazionalismo del prestigio tra le èlite indiane, accompagnati da un occhio attento all’agenda simbolica globale, faciliteranno questo processo.
L’obiettivo competitivo ufficiale dell’India è di assicurare a questo Paese un posto al tavolo dei potenti, accanto agli altri mega-stati: Usa, Russia, l’Unione Europea e in particolare la Cina, dove la tradizione comunista di investire nello sport internazionale come mezzo per esercitare il potere “soft” ha funzionato egregiamente. Da questa angolatura, la “sindrome cinese” in India potrebbe rafforzare la burocrazia statale e mettere all’angolo le possibili apatie. Riconoscendo questo nuovo terreno di potere, la India Brand Equity Foundation, un nuovo organismo di una rappresentanza potente del governo e dell’industria, ha investito bene sulle Olimpiadi del 2020 come parte della propria mission. Il suo successo sarà la misura del vero impegno a guadagnarsi lo status di superpotenza globale e la metafora della dedizione tipica dello spirito olimpico capace di superare ostacoli a prima vista insormontabili.

Londra, 5 Settembre 2004

* Rana Sarkar, canadese, è scrittore e consulente di management. Vive a Londra e sta per pubblicare un libro su come le Nazioni riescono ad esercitare il loro potere “intangibile” attraverso la gestione della loro immagine e la possibilità di fare “pubblica guerriglia diplomatica”.

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