La filosofia olimpica come modello per il “capitalismo morale”
Kimon Valaskakis*
Uno degli aspetti del dibattito contemporaneo sulla globalizzazione si è concentrato sulla desiderabilità di un capitalismo più “morale”, un’alternativa umana al presente scenario aperto a tutte le interpretazioni e con una crescente armata di denigratori al suo seguito. 28 secoli dal loro inizio, i giochi olimpici ci potrebbero ancora fornire un modello intellettuale utile per questo mercato etico. Lo spirito delle Olimpiadi, quello che chiamo “olimpismo”, e il Capitalismo hanno in comune una caratteristica principale ma divergono per molti altri aspetti.
Un punto in comune: la cultura del risultato
L’olimpismo è la spinta a raggiungere ciò che i Greci chiamavano aristos ovvero, il meglio di tutto, l’eccellenza. Il percorso per raggiungere l’aristos è arduo e implica una intensa competizione. Non vi è nulla di gratuito nell’agon olimpico, la competizione, da cui deriva anche la parola agonia. Questo non è comunismo. C’è uguaglianza nelle opportunità, ma il profitto per i vincitori si materializza sottoforma di ricchi premi. Similmente, nella versione di Adam Smith del puro capitalismo, gli imprenditori che hanno successo vengono ricompensati da profitti considerevoli e da maggiori quote di mercato. “Ad ognuno a seconda dei risultati ottenuti” al contrario dell’ideale comunista “ad ognuno a seconda del suo bisogno”. Il celebre sociologo Max Weber ci fa notare nel suo “Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo” che la filosofia del libero mercato si basa sulla parabola biblica dei talenti. Un padre donò 100 talenti (unità monetaria biblica) ad ognuno dei suoi tre figli, e, passato un anno, verificò come ciascuno di essi aveva impiegato questo capitale. Il primo spese l’intera somma. Il secondo gli riportò l’intera somma, mentre il terzo, avendo investito il capitale, non solo restituì al padre la somma iniziale, ma tenne per sé un profitto di altri 200 talenti. Fu proprio il terzo figlio a ricevere la benedizione del padre. Fare soldi in un sistema di mercato libero è allo stesso tempo morale e attraente. Avere successo nelle discipline olimpiche ed essere giustamente ricompensati è allo stesso modo morale. La parabola dei talenti è la filosofia sia delle Olimpiadi che del capitalismo puro. Ma il capitalismo globale contemporaneo e lo spirito olimpico divergono per almeno tre aspetti.
Prima differenza: l’oro ai i vincitori, ma qualcosa anche ai vinti
Prendiamo in considerazione da una parte la filosofia insita nel Colosseo romano e dall’altra lo Stadio ateniese. Nel primo, il gladiatore sconfitto può essere anche eventualmente ucciso. Nella modalità olimpica chi perde va a casa per competere un altro giorno. C’è un grande rispetto verso chi perde: gli sconfitti vengono trattati con deferenza e amicizia. Anche se non ai livelli del Colosseo romano anche l’economia globale contemporanea è alla maniera dei gladiatori e piuttosto spietata. 1 miliardo su 6 miliardi di persone sul pianeta controlla l’80% delle entrate globali, lasciando gli altri 5 miliardi a vivere con meno di 2 dollari al giorno. Scarsità di acqua pulita, di risorse base, di aiuti medici coesistono con le spese esorbitanti di pochi. Inoltre, nel capitalismo globale, le garanzie di tutela dei “perdenti” i perdenti vanno sempre più scomparendo. La globalizzazione ha ridotto la capacità delle nazioni-stato di ridistribuire le entrate attraverso politiche sociali adeguate, principalmente per paura di allontanare le imprese indipendenti. Per esempio, la settimana lavorativa francese di 35 ore è sotto attacco per il timore che le corporazioni indipendenti si trasferiscano in altri Paesi.. La lotta libera in un ambiente competitivo porta alla corsa verso le migliori posizioni con il pericolo di una diminuzione graduale della protezione sociale. La redistribuzione internazionale delle entrate attraverso l’assistenza ufficiale allo sviluppo di per sé è un tentativo goffo e nel complesso inefficace. In alcuni casi il risultato netto, così come qualcuno ha osservato, è di prendere soldi dai poveri delle nazioni ricche (attraverso le tasse) per trasferirli ai ricchi dei paesi poveri (attraverso l’assistenza allo sviluppo). La maggior parte di questi “aiuti” finisce in conti bancari svizzeri.
Diversamente, un’economia secondo lo“stile olimpico” presterebbe maggiore attenzione al trattamento dei perdenti e garantirebbe una redistribuzione delle entrate più equilibrata.
Seconda differenza: l’affermazione delle Nazioni-Stato all’interno della Globalizzazione
Le Olimpiadi abbracciano a pieno il concetto di globalizzazione, ma ciononostante gli atleti gareggiano sotto la bandiera nazionale. Si percepisce una grande fierezza ascoltando l’inno nazionale degli atleti vincitori e un senso di partecipazione completa da parte dei loro compatrioti. Inoltre, “l’identità nazionale” non è più razzista, visto che atleti di tutti i gruppi etnici competono insieme. Così un cittadino naturalizzato del Kazakistan, porta a casa l’oro nel judo per la Grecia. Gli africani fanno parte delle squadre europee, un tedesco diventa coach della squadra di calcio greca e la porta a vincere la coppa europea ecc. L’incauto tentativo di Hitler nelle Olimpiadi di Berlino del 1933 di dimostrare e la superiorità della razza ariana fallì clamorosamente grazie alle migliori prestazioni degli atleti di colore. In questa maniera. la riaffermazione delle nazioni-stato è realizzata senza il rifiuto per la globalizzazione e, in più, avviene in modo non-razzista.
Anche il capitalismo contemporaneo non è razzista, ma al contrario delle Olimpiadi sta diventando “senza-Stato”. Le corporazioni multinazionali hanno perso le loro identità nazionali e in questo iter molte di esse hanno anche perso il senso di solidarietà e le preoccupazioni verso i paesi d’origine. La ricerca di profitti (decisa nelle riunioni dei Cda di compagnie situate nei paradisi delle imposte) sta eclissando l’interesse sociale che, nel capitalismo pre-globalizzazione, influenzava le decisioni dei direttori generali.
Diversamente, il capitalismo “olimpico” troverebbe i modi e i mezzi per rafforzare l’identità nazionale e per subordinare i profitti agli interessi etici e culturali di paesi affermati.
Terza differenza: Regole per la Competizione o libertà di azione per tutti?
Probabilmente l’aspetto più nobile dello spirito olimpico è nell’idea che lo scopo non è vincere a tutti i costi ma di gareggiare con onore. Questo principio si può evincere da diversi aspetti.. In primo luogo, c’è una trasposizione del conflitto armato alla rivalità atletica. I giochi olimpici nell’antica Grecia erano accompagnati da una tregua olimpica dove le lotte erano spostate dai campi di battaglia all’arena e le guerre erano temporaneamente sospese. In secondo luogo, le nozioni di moderare se stessi e di limitare la rivalità sono presenti sia nella versione dei giochi originali che in quelli moderni. Da“Marchese di Queensberry” fino al film “Chariots of fire”, le virtù di una competizione misurata e controllata contrapposte alla dura lotta senza quartieri sono state lodate e valorizzate. In terzo luogo, non bastando la già esistente anto-moderazione, la competizione Olimpica si basa comunque su regole rigide. Nei giochi moderni, un’autorità centrale, la Commissione Internazionale Olimpica (CIO) regola tutti gli aspetti dei giochi. Infatti, e alquanto sorprendentemente, il CIO esercita poteri sovranazionali al di sopra dei governi nazionali e di altre istituzioni pubbliche. Allo stesso tempo crea le regole e fa sì che vengano rispettate e non può essere contraddetto da nessun altro membro nazionale. Curiosamente, è quasi un sovrano nel suo campo, dalla scelta delle città per le edizioni future alle punizioni e le espulsioni di chi gareggia scorrettamente.
Nel capitalismo globale non esiste nulla di simile. Il candidato più vicino ad occupare la posizione di “regolatore economico globale” è il World Trade Organization (WTO), ma tale organizzazione soffre, nella forma presente, di molti difetti e handicap. Intanto, il suo mandato è troppo limitato. Il WTO dovrebbe regolare il commercio mondiale, ma è molto debole o non ha giurisdizione su alcune questioni, come ad esempio quelle relative alla regolamentazione per gli investimenti, la protezione ambientale, le pari opportunità, la legislazione sociale ecc… Secondo, la sua struttura interna, come molte agenzie intergovernative, si basa sul consenso e ciò consente a piccole minoranze di bloccare l cambiamento. Dunque, il processo decisionale risulta dolorosamente lento. Terzo, la sua legittimità è messa sempre di più in dubbio, dal fiasco del 1999 del Millennium Round a Seattle ai semi-fallimenti di Doha, Cancun fino ad arrivare a eventi più recenti. Come indicatore di ciò, la crescita dell’influenza della Società Civile è direttamente legata alla mancanza, sentita, di legittimità da parte del WTO. Quarto, la capacità di imporre da parte della maggior parte delle IGOs (agenzie intergovernative) rimane molto esigua. Esse agiscono su un ampio raggio che va dalla “persuasione morale” (una specie di nome e sistema sanzionatorio usato dagli Stati sovrani che tende a spingere ciasnuno ad assumere un comportamento migliore) a vaghe sanzioni che il più delle volte si dimostrano inutili, specialmente se il paese trasgressore è una superpotenza. Quinto e forse il più importante, il WTO si concentra a disciplinare i governi, ma non i soggetti che non siano degli attori-Stato. Pertanto, tutti gli altri evadono sistematicamente dalla sua giurisdizione. Gli attori non-Stato, tra cui le multinazionali, le NGO e i gruppi di speciale interesse che esercitano influenza economica sono diventati le stelle nascenti del sistema economico globale ed esercitano un potere più grande di quello dei maggiori governi nazionali. Nell’assenza di una qualche forma di governo economico internazionale, la globalizzazione ha creato un mondo senza confini che inavvertitamente è diventato anche un mondo senza regole. La legislazione viene limitata dai confini nazionali e la pletora delle giurisdizioni in competizione ha paradossalmente creato maggiori opportunità per i truffatori. Come ha osservato qualcuno , “con un buon commercialista, un programmatore intelligente e un avvocato sagace si può veramente fare qualsiasi cosa:dichiarare profitti fittizi o perdite, spostare operazioni da una nazione all’altra e creare azioni effimere per attirare investitori sprovveduti. Data l’assenza di regolamentazioni globali, il vocabolo “barare” potrebbe anche non essere più valido, visto che nessuna legge viene infranta.”
Capitalismo Olimpico?
Il fondatore della teoria del capitalismo, Adam Smith era, per molti aspetti, un filosofo “olimpico”. Il suo credo che il mercato rappresentasse “la mano invisibile di Dio” era radicato nel suo credo religioso, nella glorificazione del risultato, nella ricompensa del successo ma, sopra ogni cosa, sul rispetto verso le regole etiche. Lo Stato era visto come un arbitro, colui che faceva le regole e che le faceva rispettare. Senza l’autorità dello Stato, i concorrenti avrebbero potuto fare tutto ciò che volevano e il sistema sarebbe degenerato nell’anarchia.
È chiaro che la globalizzazione richiede un capitalismo più morale. Ciò non può essere raggiunto se ci si affida semplicemente all’automoderazione degli imprenditori. Se essa funzionasse, non ci sarebbe certo bisogno di una legislazione commerciale a livello nazionale. Basterebbero amministratori delegati con il giusto atteggiamento. Sapendo che ciò non è abbastanza, le nazioni-Stato dipendono da una legislazione esplicita per regolare le operazioni del mercato all’interno dei loro confini. Stranamente, gli Stati Uniti, l’emblema per eccellenza del mercato libero è uno dei paesi capitalisti con il maggior numero di leggi in merito – dalla protezione dei consumatori all’illegalità della compravendita di titoli da parte dei membri della stessa società – e ha sempre sostenuto la virtù di una regolazione a più livelli. Comunque l’efficienza del potere regolatorio, come quello di tutti i paesi, è stata erosa dalla globalizzazione che permette a attori non-Stato assolutamente indipendenti di distribuire le loro attività in un modo tale da sfuggire alle leggi nazionali. Da qui, è breve il passo verso la “versione gratuita del capitalismo per tutti” che ha partorito innumerevoli scandali, dalla Enron alla Parmalat e chissà quanti altri ancora.…
Alla resa dei conti, se davvero auspichiamo a un capitalismo morale, un’equivalente della CIO sarebbe assolutamente necessario. A onore del vero, anche il CIO ha problemi di gestione interni. Esso del resto è come qualsiasi altra istituzione umana, vulnerabile alla corruzione e all’indebita influenza sia degli Stati che degli attori non-stati. Il CIO non viene eletto democraticamente e inoltre, non deve rendere conto a nessuno tranne che a se stesso, diventando quindi anch’esso un attore non-Stato più potente di molti altri stati. Detto ciò, è stato un successo mettere in scena i Giochi olimpici, una vera gioia per i partecipanti e per gli atleti che hanno esaltato lo spirito umano. È vero, ci sono stati eccessi di pubblicità e qualche azione non corretta. Ma la maggior parte è stata punita per gli errori e lo spirito Olimpico ha ottenuto una esposizione massima, specialmente nei giochi di Atene 2004 che sono stati una sorta di ritorno alle origini. Visto che la competizione olimpica è al momento tornata agli albori, possiamo sperare che un giorno anche un capitalismo più morale emerga. Un mondo dove ai vincitori vadano i premi e ai vinti un senso soddisfacente di essere inclusi, partecipazione e rispetto.
*Kimon Valaskakis, ex ambasciatore canadese per l’OCSE, è professore di Economia all’Università di Montreal. È il presidente e fondatore del Club del Gruppo Ateniese di Governance a livello Globale, un’iniziativa internazionale che promuove e sostiene grandi cambiamenti di governance a livello globale attraverso riforme istituzionali e un giusto cambiamento d’atteggiamento. Il Club d’Atene terrà il suo primo incontro inaugurale ad Atene, Grecia a ottobre 2004 con una conferenza intitolata: Le Olimpiadi del governo: cercando nuovi modi per gestire il nostro mondo.
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