La democrazia europea nel gioco dei poteri

Stéphane Andre*
Le ultime elezioni del Parlamento Europeo, contraddistinte da un elevato tasso di astensioni, hanno suscitato numerose reazioni talvolta contraddittorie. Interessanti a questo proposito le opinioni di alcuni giovani di diverse nazionalità raccolte da Vision nella “New Europe Quick Collection”, sulla traccia delle quali, colgo volentieri l’occasione di dare un mio personale parere. Alcuni, come Francesca Paci, sostengono la tesi che una maggioranza di cittadini rifiuti la legittimità di questo Parlamento a rappresentare i popoli d’Europa, e che l’astensione trovi la sua motivazione nel rifiuto della politica comunitaria, considerata fallimentare. Lontani da questo tipo di dichiarazioni di facile presa sul pubblico, altri, come Martina Rydman, puntano il dito con lucidità verso una realtà meno vendibile ma comunque costernante: la classe politica mette in pratica l’accentramento nazionale intorno a questioni che sono tuttavia di interesse comunitario. Di conseguenza, i cittadini finiscono col “beneficiare” di una pessima pedagogia sul funzionamento dell’Unione Europea e sull’impatto delle politiche comunitarie. Churchill disse: “la democrazia è un cattivo sistema, ma è il meno cattivo di tutti i sistemi”. Nel mondo occidentale, tutto sommato, questa affermazione è condivisa da una schiacciante maggioranza di cittadini e non è, tanto meno, discutibile. I greci, famosi per la loro pragmaticità, sono stati i pionieri di questo sistema di governo. Infatti, ricordiamoci che essi si riunivano in assemblea, che originariamente di chiamava “Ecclesia”. A dire il vero erano solo gli aristocratici a decidere il destino della nazione. Questo deve ricordarci che la democrazia è una nozione a geometria variabile. D’altronde, non si parla generalmente di democrazia, ma di “democrazie”, per indicare che diverse applicazioni di questo sistema possono coesistere, e di fatto, coesistono legittimamente. Dal momento che il sistema è accettato e riconosciuto da tutti, bisogna “de facto” accettare il suo principio fondamentale, quello del “mandato” e tutte le sue declinazioni. In effetti, in tutti i paesi democratici, le elezioni libere e pluraliste identificano delle persone a cui affidare un mandato e che andranno a prendere decisioni nel quadro di una delegazione di responsabili che rappresentano politicamente i cittadini europei. Le nostre rispettive Costituzioni prevedono che certi mandati procedano per nomine di persone (ministri, rappresentanti di Stato, a volte, alti funzionari) che prenderanno a loro volta delle decisioni. È sulla base di questo tipo di mandati – così come anche dei diversi referendum, che si basano come minimo sul principio dell’adesione e in occasione dei quali la gente è chiamata ad esprimersi direttamente – che l’Unione Europea è stata costruita e continuerà ad esserlo. Su questa base, nulla che sia stato legittimato democraticamente può essere messo in dubbio, se non a rischio di rimettere ugualmente in causa i diversi sistemi democratici nazionali che si basano sugli stessi principi. È altrettanto vero, però, che al momento attuale il Parlamento europeo non ha ancora gli stessi poteri della maggioranza dei parlamenti nazionali, e pertanto condivide, in parte, i propri poteri con il Consiglio dei Ministri, rappresentante dei governi democratici eletti. Estendendo la procedura di co-decisione, il Trattato costituzionale, se verrà ratificato, offrirà al Parlamento europeo la possibilità di negoziare ad armi pari con il Consiglio riguardo la maggior parte degli argomenti di competenza dell’Unione. Nelle condizioni attuali, i meccanismi democratici, che si basano generalmente su una costituzione scritta, non sono altro che l’ossatura della meccanica umana e complessa dei poteri. Questi poteri sono diversi, vari, spesso antagonisti, a volte incoerenti e costituiscono la materia vivente di ciò che presiede ai destini dei popoli e, nel caso specifico, al destino dei popoli dell’Unione europea. Esistono in questo caso varie forme di potere, citiamo ad esempio quello della politica, dei media, delle istituzioni, della società civile organizzata, dei mezzi finanziari, delle organizzazioni professionali, delle opinione pubbliche, ecc. A mio avviso, è proprio dalla “lente” dei rapporti intercorrenti tra questi poteri, dai loro squilibri, dalle loro disfunzioni e dal loro impatto sull’elettorato, che bisogna leggere l’esito della partecipazione delle ultime elezioni europee. In effetti, la natura a volte incestuosa di questi legami tende a deviarci dal cammino tracciato dai Padri Fondatori dell’Europa, così come dagli interessi primari dei cittadini europei che potremmo riassumere, senza grande retorica, in: pace e prosperità durature per tutti. Citando soltanto due di questi protagonisti, scegliendo tra quelli che hanno maggiore impatto sull’opinione pubblica, non è forse evidente che, nel corso degli anni, il gioco tra la politica e i media sia diventato sempre più perverso? Volendo tralasciare le collusioni dirette che esistono tra giornalisti e personalità politiche, è comunque evidente che le cause di certe disfunzioni dipendono dalle logiche intrinseche che intercorrono tra questi due protagonisti. Nel XXI secolo, un giornalista di una testata quotidiana deve produrre diversi articoli al giorno. Questo può portare alcuni a scrivere pezzi quasi senza rileggere e sulla base di informazioni “crude” pescate spesso direttamente in Internet. Secondo questo meccanismo deleterio, il giornalista politico finisce col consacrare la grande parte del proprio tempo nel giostrarsi tra brevi dichiarazioni in “politichese” e informazioni di facile strumentalizzazione pervenute dalle diverse correnti politiche, mentre il redattore capo si riserva l’esclusività della tiratura al fine di garantire il marketing dell’informazione. D’altro canto, la politica, abituata a gestisce quotidianamente concetti molto complessi, è costretta comunque a far passare alla maggioranza dei cittadini messaggi chiari, semplici e comprensibili attraverso l’aggrovigliato, rumoroso e altamente competitivo ingranaggio di intelligence che è l’universo mediatico. Per questo, spesso, l’informazione risulta riduttiva e strumentalizzata e quasi sempre ad alto tasso di negatività, perché, si sa, “bad news is good news”, la polemica fa vendere. Inoltre, nell’esercizio dei suoi poteri, la politica tende, alla minima difficoltà, a far leva su reazioni emotive e a rispondere alle preoccupazioni più immediate dei cittadini al fine di attirarsi le grazie di un elettorato volatile, a discapito degli obiettivi di lungo termine. Aggiungiamo anche che la manovra di “scaricabarile” su altri, rifiutando di assumersi le proprie responsabilità, è spesso e volentieri usata. Quante volte, infatti, le personalità politiche hanno attribuito a “Bruxelles” la responsabilità di decisioni particolarmente impopolari, seppur necessarie, e che a volte hanno adottato loro stessi a Bruxelles a livello ministeriale? L’Europa è divenuta anche persino pretesto per riaccendere l’orgoglio nazionale. Ma fatta qualche eccezione, queste invettive risultano superficiali e poche delle argomentazioni politiche attualmente portate avanti si prendono la briga di affrontare in maniera approfondita la politica europea. Rispetto a questo scenario, possiamo allora contare su capi realmente capaci? In effetti, gli “elefanti” dei vari partiti nazionali sono troppo assorbiti dagli affari domestici e dal loro ruolo in patria per dedicare tempo sufficiente allo studio dei dossier europei. Peccato però, per loro e per noi, che circa il 70% del diritto nazionale degli Stati membri è emanazione diretta del diritto comunitario! Questi testi sono gestiti dai tecno-politici dei partiti, ovviamente meno popolari, e beneficiano nel migliore dei casi, di una copertura mediatica insignificante. Koert Debeuf, nel suo articolo, ha esplicitato questo meccanismo in altri termini. Non stupisce quindi che, in un contesto del genere, i dibattiti per le elezioni europee siano stati privati del loro vero oggetto (l’Europa!) e si siano cristallizzati intorno alle politiche nazionali. Più l’Europa cresce e si costruisce, più gli Stati membri continuano a trasferire le proprie competenze verso l’Unione, e man mano che gli interessi in gioco diventano sempre più importanti, così questo processo perverso andrà sempre più a scapito degli interessi primari dei cittadini dell’Unione, tra i quali quello di conoscere il meglio possibile la realtà e di farsi un’opinione con cognizione di causa. In effetti, la tendenza demagogica di polarizzare tutti i mali verso “Bruxelles” è legata a una volontà precisa, non certo mossa da negligenza: quella di mantenere i cittadini in uno stato di ignoranza della realtà europea. Dobbiamo forse intravedere una manovra dei governo nazionali di rendere oscuri i limiti sempre più tenui dei loro poteri discrezionali a vantaggio di questa “grande opera” di consenso e dialogo, certamente migliorabile, che è l’edificio “Europa”? Dispiace constatare che l’Europa sia diventata una mossa tattica per certi partiti, certe correnti e certi personaggi politici, che illudono i cittadini per vincere le campagne elettorali. Attaccata su tutti i fronti dagli xenofobi e dai partiti estremisti, l’Europa si basa sovente su una dialettica demagogica comparabile a quella che fomenta gli scontri sull’immigrazione. Dispiace ugualmente constatare che i media, e in particolare gli specialisti della comunicazione quotidiana – i quali pare obbediscano a logiche diverse da quella della “in-formazione” – non riescano a colmare il buco nero che cresce sempre più fra “chi sa” e “chi non sa”. Al contrario, anch’essi partecipano passivamente o attivamente (alcuni media privati, i cui proprietari sono extracomunitari, sono a volte anche fin troppo aggressivi) alla scalata dell’euro-astensionismo sfociante certe volte in euro-scetticismo, che a mio parere non può trovare altro fondamento se non nella paura di ciò che non si conosce. Quanto alle organizzazioni professionali, per citare un altro attore di peso nel funzionamento della democrazia europea, non si esita, in alcune circostanze, a sollecitare l’opinione pubblica. Se la mediatizzazione delle rivendicazioni, o di manifestazioni di “azioni shock”, sono prassi comune nel gioco del potere, esse non lasciano sicuramente gli spiriti indenni. Il caso dell’agricoltura è probante. In effetti, per una parte dell’opinione pubblica, l’Europa martirizza l’agricoltura a colpi di riforme, quando in realtà l’Unione è paradossalmente una delle più grandi aree di sostegno agricolo al mondo, con più del 40% del budget comunitario destinato all’agricoltura. Infine, neanche i cittadini possono essere esclusi da questo gioco incrociato di responsabilità. L’opinione pubblica, polso dell’elettorato, è, tra i poteri, quello più corteggiato perché tra i più importanti e manifesta la sua più forte espressione attraverso le urne. Se la democrazia è un traguardo prezioso che abbiamo ottenuto col sangue, la pace è frutto invece dal rispetto e dal dialogo continuo tra gli Stati e i popoli. L’attualità internazionale rigurgita di drammi che le lezioni della Storia avrebbero potuto prevenire. I peggiori nemici della pace e della prosperità sono l’ignoranza e l’egoismo, sui quali, sappiamo bene, la demagogia va a cavallo. Tutti i cittadini devono sviluppare una coscienza politica sufficiente al fine di comprendere che tutte le decisioni prese, sia a livello locale che a livello europeo, dipendono dal quel bollettino di voto che verrà introdotto nell’urna, e se fosse necessario, dall’impegno di ciascuno nel manifestare le proprie opinioni. Ecco perché le astensioni, protagoniste di queste ultime elezioni, hanno portano ugualmente a un debito di un potere che sempre di più, in questi tempi di pace, diventa purtroppo marginale: quello di una comunità di cittadini, sempre meno responsabili, che lascia alla fatalità il sogno di forgiare il proprio destino.

Bruxelles, 19 luglio 2004

*Stéphane Andre è funzionario della Commissione Europea, Direzione Generale SANCO, dove si occupa di Relazioni con il Parlamento Europeo. Le opinioni espresse dall’autore in questo articolo sono personali e non possono dunque rispecchiare quelle dell’amministrazione.

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