La malattia democratica dell’Europa

Paul Hilder*

Le relazioni tra Gran Bretagna ed Europa sono ai ferri corti. Certamente, Tony Blair ha lasciato il summit di giugno da eroe conquistatore. È riuscito sia a difendere la sua posizione sia a impedire a quel terrificante belga, Guy Verhofstadt, di conquistare la nave fantasma della presidenza della Commissione Europea.

Ora Blair ha voglia di lottare, si prepara a entrare in guerra per la costituzione e a disinnescare i miti degli euroscettici. La sua decisione di indire un referendum è stata una mossa geniale di strategia istantanea, sottraendo le luci della ribalta ai Tory e dando loro il perfetto ultimatum. Ma potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Perché l’indisposizione europea è allo stesso tempo vasta e profonda. Senza una rapida azione creativa il referendum sarà perso, e con esso una parte delle speranze per il nostro destino comune.

Il partito indipendente inglese è soltanto il sintomo britannico delle difficoltà europee. I due più grandi partiti cechi alle europee erano euroscettici sia di destra che di sinistra. Il Vlaams Blok, partito anti-immigrazione e anti-Unione, è arrivato secondo alle elezioni belghe e una nuova scettica “Junelist” è arrivata terza in Svezia. I Samobroona, gli euroscettici polacchi, hanno preso un terzo dei voti, mentre in Austria e nei Paesi Bassi sono cresciuti d’importanza nuovi partiti che hanno condotto una campagna per le riforme e la trasparenza.

Meno della metà degli europei oggi considera l’Unione una “cosa buona”. La possibilità di votare per posta ha rovesciato la diminuzione dell’affluenza britannica, ma altrove le cose sono andate diversamente. Le persone e il potere si stanno distaccando sempre di più nel nostro continente, e nessuno sembra sapere come porvi rimedio.

Il nuovo trattato non è poi così male, ma non è nemmeno così tanto buono. Al summit di Verhofstadt a Laken nel 2001, i leader europei hanno proclamato la loro determinazione nel portare l’Europa “più vicina ai suoi cittadini”. Ma la Convenzione che hanno stabilito ha trascurato l’opera di pulizia che, per quanto estremamente necessaria, poteva essere lasciata agli avvocati. Questo aspetto è degenerato in disputa istituzionale: pane quotidiano per Bruxelles, ma veleno se si cerca di coinvolgere qualcun’altro.

La necessità di riforma non è l’ultima parte della storia. La sfida più grande per la democrazia europea è il fallimento palese dei nostri processi per avvicinare le persone ai partiti e al potere. Ciò è vero sia a livello europeo che locale. I partiti politici fanno parte delle istituzione in cui confidiamo di meno. Ma girare attorno alle politiche ufficiali passando per la democrazia diretta e sfrenata potrebbe sminuire la civiltà delle nostre società, come ci suggeriscono gli svedesi dopo l’assassinio del ministro degli esteri Anna Lindh durante le elezioni europee.

Il problema è che in un mondo interdipendente, non abbiamo ancora trovato il modo di governare “interdipendentemente” e di coinvolgere i cittadini. Nei Democratic Papers, raccolta che tratta di queste questioni, Jan Zielonka dice “La democrazia è difficile che funzioni in un sistema complicato se non addirittura impenetrabile, fatto di intese su diversi strati e diverse velocità, gestiti da gruppi mutevoli di persone non identificabili e non responsabili.” L’aggrovigliarsi dei livelli europei, nazionali e locali e dei vari interessi nei governi, nel commercio e nella società civile lascia i cittadini impantanati nella complessità, facendoli ritirare verso certezze più semplici, come hanno fatto in queste passate elezioni.

Quando i poteri sono passati all’Europa, la licenza esecutiva formalmente riservata alla politica estera si è infiltrata nella sfera domestica. La vendetta della gente è di rivendicare il veto nella politica estera, come ha fatto la maggior parte dell’Europa per l’Iraq. I governi sembrano sempre di più solitari e bersagliati, sono scivolati in una fortezza mentale, invece di aprirsi a una vasta gamma di vedute. I nostri media sono diventati conduttori opportunisti delle opinioni istantanee, che raramente si trasformano in azioni costruttive: marciamo con dei cartelloni che riportano slogan negativi anziché positivi.

In giorni recenti, i giornali liberali sono stati pieni di lamentele su come non sia stato costruito “il caso europeo” in queste elezioni. Ma non si può vendere un’Europa piena di aria calda. Non abbiamo un proiettile d’argento. Abbiamo bisogno di un processo che coinvolga tutto il continente per rinvigorire le nostre democrazie, gestite a partire dalle amministrazioni locali in su. Ciò significa ri-disegnare l’Unione per far fronte alle esigenze delle persone, sviluppare i nostri partiti politici in strutture più aperte che possano tornare ad avere un dialogo pertinente, esplorando come la democrazia diretta e la partecipazione dei cittadini nel processo decisionale possano essere realizzati nei paesini e nelle capitali, unire il dibattito e il processo decisionale nazionale a quello Europeo.

Questo processo deve essere promosso da tutta l’Europa. Abbiamo bisogno di riscoprire il cuore vitale della sovranità, aprire il nostro mondo multistrato e trovarvi il nostro posto. Altrimenti non solo non saremo in grado di vendere il nostro sistema politico nel Medio Oriente, ma esso verrà smantellato pure da noi. Il collasso dell’Unione, come la frantumazione delle nostre società, è una possibilità reale.

Il Regno Unito l’anno prossimo prenderà la presidenza dell’Unione. Il Regno Unito e gli altri dovrebbero seriamente incoraggiare un processo democratico europeo. Ciò potrebbe anche fornire a Blair munizioni per il referendum. In apparenza, le lamentele sembrerebbero preoccuparsi solo di “preservare la sovranità nazionale” ma nascosta nel profondo c’è un’altra preoccupazione venuta fuori da un sondaggio fatto l’anno scorso da Charter 88: le persone sembrano preoccuparsi maggiormente di come vengano prese le decisioni, sentendo che non ci sono abbastanza controlli sull’EU, piuttosto che dei poteri che l’Unione esercita sulle imposte o sulla politica estera.

Questo problema non può più essere accantonato. Se perdiamo i referendum, sarà perché i nostri leader hanno ignorato per troppo tempo il fatto che la democrazia deve essere rinvigorita a livello nazionale ed europeo.

Ma noi, i cittadini del continente, non possiamo più fidarci del fatto che i nostri leader facciano la cosa giusta per noi. Un’altra battaglia dalle altezze solitarie di Downing St. 10 o dagli Champs Elyseè di Chirac potrà davvero ridarci speranza? Se siamo indifferenti ai loro sforzi, forse è tempo di prendere il dibattito nelle nostre mani.

Londra, settembre 2004

* Paul Hilder (democracy@pobox.com) è editor di The Democratic Papers (British Council, Vision 2004), membro di Vision e uno dei fondatori di openDemocracy.


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