Dopo i “no” di Francia e Olanda
Francesca Paci*
Ci risiamo. La ragione si è addormentata di nuovo. Il 52% per cento dei francesi e il 61,6% degli olandesi hanno detto no alla Costituzione Europea: ha vinto l’emotività, ma nonostante lo scacco a un processo d’unificazione bollato come troppo razionale siamo ben lungi dal sogno sessantottino dell’immaginazione al potere. La sconfitta degli euroentusiasti, infatti, non è frutto d’una sana spinta creativa verso un modello alternativo, come vorrebbero i partiti di sinistra sostenitori del no in virtù di «un’altra Europa possibile», sociale, solidale, libertaria anziché liberista. La bocciatura del progetto immaginato da Valery Giscard d'Estaing appare piuttosto il prodotto di paure, dubbi, arroccamenti su posizioni di difesa. Calcolo bottegaio invece di viscerale passione rivoluzionaria. La voce della volontà popolare francese e olandese parla di una protesta che esce dalle vecchie categorie di destra e sinistra mettendo fuorigioco gli schemi tradizionali. A Parigi prevale un rifiuto politico trasversale, che, a destra come a sinistra, teme una deriva americana del modello democratico europeo. Dal paese dei tulipani, al contrario, si leva un malcontento di tipo più morale, espressione di una preoccupazione condivisa per l’emancipazione all’olandese messa a rischio, si teme, dall’apparentamento stretto con paesi più conformisti. E’ come se da una parte avesse votato il padre della patria Charles de Gaulle e dall’altra il regista Teo Van Gogh, assassinato ad Amesterdam lo scorso novembre da un immigrato marocchino offeso per il suo film «antislamico» Submission. Legittimissimi istinti di conservazione, ma difficili da leggere come avanguardie d’un nuovo modo di costruire l’Europa del domani. Anche perché il paradigma della società globale dal volto umano è il confronto che si arricchisce delle differenze. E da questo punto di vista il risultato negativo dei due referendum sembra essere un effetto più che una potenziale causa della crisi del vecchio continente. Gli europei guardano al futuro con paura e non con speranza, nonostante il processo di unificazione avesse generato in passato grandi entusiasmi. Ora tutti gli analisti sono lì a spiegare che in realtà il Trattato è il prodotto di decisioni cadute dall’alto, lontane dalla gente. Verissimo. Com’è vero che quel testo non fosse affatto perfetto. Non è questa la sede per discutere di quelle lacune contenutistiche e metodologiche. Né per compilare l’inquietante elenco di chi si avvantaggia ora di questo risultato, dai Putin e i Bush, ben contenti del perdurante nanismo politico europeo, all’ultranazionalista Le Pen, ai contadini radical-chic alla Josè Bovè che festeggeranno mangiando formaggio Roquefort al puro latte di pecora erborinato da 35 euro al chilo e sturando champagne Rémy. Niente recriminazioni dunque, ma, per usare le parole dell’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, pur ammessi tutti i limiti del caso non si getta via il bambino con l’acqua sporca. Tanto varrebbe allora arruolarsi tra le file degli euroscettici stile Lega Nord, che dalle colonne del quotidiano La Padania ha salutato la bocciatura della Costituzione invocando addirittura un ritorno alla vecchia lira. Chi dichiara di volere un’altra Europa non può pilatescamente tirarsi fuori dalla competizione secondo la logica del «tanto peggio tanto meglio», deve gettarsi nella mischia e combattere. Cosa faranno adesso gli idraulici francese e olandese dopo aver sventato il pericolo del concorrente collega polacco? Siamo proprio sicuri che saranno al sicuro dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dal melting pot che fagocita i diritti? Un’occasione sprecata, hanno titolato in Francia molti quotidiani liberal, da Le Monde a Liberation. Proprio lì, dove la frattura interna ai partiti di sinistra è stata determinante per l’esito negativo del referendum. L’Europa non è di segno progressista o conservatore. E’ una specie di superstato neutro alla guida del quale, alternatamente, gli elettori scelgono rappresentanti progressisti o conservatori. Si possono promuovere politiche di sinistra, anche molto radicali, ma senza Europa come si fa? Sarebbe interessante, a questo proposito,capire cosa ne pensano i più giovani, la generazione tra i trenta e i quarant’anni che occupa posti importanti nella società europea ma non ha partecipato in prima linea alla stesura del Trattato, affidato piuttosto alle energie dei vecchi leader. Forse, viene il sospetto, questa generazione non ha partecipato affatto. Se così fosse sarebbero certamente da incolpare in primis i padri e i nonni, ontologicamente aggrappati alle poltrone e restii a cedere il posto. Ma chissà che anche un po’ di autocritica non possa giovare, perché può darsi che tra i più giovani ci sia anche chi beneficia volentieri di tutti i vantaggi della società postmoderna ma rilutta ad accollarsene contraddizioni e difficoltà. Va bene insomma il mondo senza frontiere, internet e la comunicazione in tempo reale, il sogno realizzato di un villaggio globale dove la comitiva di amici si allarga da Tokyo a Roma a NewYork. Va meno bene invece assumersi responsabilità adulte e mettere le mani in pasta nella difficile impresa di conciliare identità e differenze, religioni, etnie, culture, sotto un’Idea comune. Ma se non interessa a noi, a chi?
Torino, giugno 2005
*Francesca Paci è giornalista de La Stampa e autrice del lbro “L’islam sotto casa”.
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