Il voto della Francia è una buona notizia per l’Europa

Natalia Leshchenko*

Ammiro i francesi per la loro capacità di dire “no” quando tutti quelli con un minimo peso politico nel loro paese aveva spudoratamente chiesto loro di dire “si”. Il voto francese sul Trattato Costituzionale è sicuramente stato un’espressione dello scontento popolare. Ma interpretarlo come una mera rivolta del popolo, come già fanno le elite politiche, sarebbe come commettere nuovamente l’errore che ha portato i leader francesi nella posizione pietosa in cui si trovano ora.

Il “no” della Francia non dovrebbe e non può essere interpretato semplicemente come un capriccio del popolo che si vede negati dai governanti “panem et circenses”. Ci sono molti segni che ci portano a dire che gli elettori hanno preso la questione seriamente e che la loro decisione è stata presa dopo un’approfondita e lucida riflessione. Il problema delle elite francesi è chiaramente riscontabile nella non condivisione da parte del popolo del pensiero che loro hanno della Costituzione. E visto che i politici non possono “rieleggere” il popolo, per quanto loro sognino di poterlo fare, l’unica cosa che possono fare è convincere il popolo a passare dalla loro parte. Ciò non significa semplicemente ascoltare o piuttosto vari tentativi di “vendere” alla gente l’idea che prende spunto dalle teorie di esperti di indagini o da focus group. Ciò significa rinunciare a una parte del potere sul progetto.

Le differenze tra i punti di vista delle persone e delle elite politiche sull’Europa è il sintomo di un problema più grande, comune a tutte le vecchie democrazie: la sconnessione tra l’establishment politico e il popolo. Le accademie, le ONG, i media hanno dato l’allarme di questo sintomo già da tempo, ma le loro proposte sono state considerate inattuabili o non sono state affatto prese in considerazione. Sembrerebbe che i politici preferiscano dare la colpa alla gente di non essere abbastanza comprensiva, o di non essere in grado di capire le loro grandi e ben intenzionate idee. Sarebbe scorretto e ingiusto dire che le persone che stanno lavorando all’integrazione europea lo stanno facendo esclusivamente per i loro cinici e pragmatici interessi. L’allargamento a est dell’Unione deve aver rappresentato per loro una grande prova di fede. Potrebbero anche essere genuinamente dedicati all’Europa unita, ma hanno semplicemente troppa paura di lasciarla nelle mani delle “masse”. Tuttavia, quando la spaccatura non è più tra piattaforme politiche, ma tra i politici e le persone, il pericolo è che qualcun altro, al di fuori delle cerchie stabilite, possa emergere e connettersi con la gente, con precarie conseguenze per la democrazia. Prendiamo l’esempio di Belarus. Nel 1994, tutti i partiti politici persero le elezioni presidenziali battuti da un novello politicante, che riusciva a parlare in maniera convincente alla nazione e per la nazione. In appena dieci anni è riuscito a trasformare il paese nel suo regno personale, tanto da fargli attribuire l’etichetta di “ultima dittatura europea”. Se un esempio post-comunista sembra non calzare, non c’è bisogno di lasciare i confini delle vecchie democrazie europee per pensare a casi in cui forze populiste, esclusioniste e estremiste sono sorte. Esse si nutrono della frustrazione del popolo e della sensazione diffusa tra i cittadini di non avere più diritti nella loro patria, nemmeno di poter dire la loro sul modo in cui viene gestita. La retorica esclusivista ha già preso di mira e danneggiato l’idea europea.

Il modo in cui perpetrare l’integrazione europea, è dunque farla diventare il progetto della gente almeno quanto non sia già il progetto di una elite. Le elite, come abbiamo visto, stanno perdendo divista il modo per far sì che ciò accada. È tempo che i giovani prendano il controllo della situazione.

I giovani sono i più adatti e i più volenterosi sostenitori della causa europea. Dipendono dall’unità europea per viaggiare, studiare, lavorare e per relazionarsi in contesti culturalmente diversi. L’interazione tra dimensioni geografiche e nazionali diverse per loro fa parte della realtà di tutti i giorni, e non si faranno rinchiudere nelle celle delle loro nazioni-stato. Ciò di cui hanno bisogno è di innalzarsi dall’essere semplici “clienti”, “consumatori” dei valori e benefici dell’integrazione al diventare la forza che modella il processo. Ovviamente spetta a noi far sentire la nostra voce. Seguendo la grandiosa tradizione europea, non abbiamo bisogno che ce la porgano su un piatto d’argento. E non dovremmo nemmeno semplicemente andare a comunicare agli attuali leader europei la nostra agenda, nella speranza che con sufficiente tenacia alla fine ci ascoltino. In quel caso, non saremmo per niente diversi dai molti gruppi di lobby e di campagne politiche che sminuiscono il sistema rappresentativo e perpetuano le sue falle. Invece, i giovani dovrebbero definire una metodologia che ridefinisca il sistema politico europeo, in modo da colmare l’abisso tra le elite politiche e la gente. Ci sono però due imperativi per il sistema alternativo che dovremmo proporre. Il primo è che è necessario rendere il processo decisionale e il processo di formulare politiche più aperti, così che più persone sentano l’appartenenza all’idea europea. Il secondo è che bisogna tener conto dei ritmi frenetici della vita delle persone, della mancanza cronica di tempo, e quindi offrire nuovi modi di partecipare al processo decisionale.

È una grande sfida, ma possibile, perché l’Europa unita è già una realtà. Essa è unita da un insieme differente di valori e principi: il voto popolare non può essere oppresso o manipolato; le differenze sono tollerate e anzi foriere di ricchezza; nessuno ha il monopolio sulla verità. Il voto dei francesi conferma tutte e tre i principi e dimostra anche molto efficacemente che le persone non si faranno prendere in giro o mettere sotto pressione, provando quindi più mai che la democrazia è viva in Europa. L’attuale sgomento tra le elite significa che si è presentata l’opportunità di dare ad esse una nuova forma.

Londra, giugno 2005

*Natalia Leshchenko è candidate PhD alla London School of Economics.


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