L'UNIONE EUROPEA E' AL LIMITE DEL SUO ALLARGAMENTO

Borislav Gradinarov

Il risultato negativo dei referendum per la Costituzione europea in Francia e Olanda dovrebbe essere percepito come sintomo delle tendenze e disposizioni in Europa. È ovvio che l’ultimo allargamento del 1° maggio 2004, quando 10 stati dell’Europa centrale e dell’est sono diventati membri dell’Unione, ha cambiato l’equilibrio verso una direzione percepita negativamente dagli interessi nazionali dei vecchi stati membri.
Le implicazioni paradossali dei risultati del referendum ci fanno capire che la Francia e l’Olanda vedono la Costituzione come irrilevante per i loro atteggiamenti e visioni del futuro, anche se per diverse e opposte ragioni. In Francia il motivo principale sembrerebbe essere la paura per la limitazione della portata dello stato sociale, mentre in Olanda gli argomenti principali sono legati alla convinzione che le nuove regole limiterebbero il liberalismo economico e favorirebbero funzioni sociali esclusive. Per tutte e due è evidente la paura dell’immigrazione dall’Europa dell’est e la penetrazione del fondamentalismo islamico.
Un forte impatto l’avrà forse avuto anche il fatto che nella costituzione l’influenza politica dei vecchi stati membri o dei fondatori sarà minore nei futuri processi di decision making. Non bisogna dimenticare che è stata comunque una buona occasione per la gente di dimostrare il proprio malcontento allo Stato. È possibile osservare la stessa tendenza in Danimarca e in altri stati membri.
Ma c’è un’altra questione importante, ed è legata alla velocità e al mondo in cui l’integrazione economica, politica e sociale verrà raggiunta. È ovvio che le correnti politiche principali e i federalisti non vedono un terreno comune nella proposta di documento, che potrebbe aiutarli a risolvere le loro contraddizioni. E ciò avrà le sue conseguenze. Una è che sarà necessario più tempo per l’adattamento reciproco dei rispettivi sistemi economici, politici e sociali per superare i reciproci sospetti e la sfiducia. In questo modo si crea un interrogativo sulla velocità dell’allargamento.
Non c’è dubbio che l’Europa ha bisogno di solide fondamenta per l’integrazione. Ma è raro che ciò possa accadere senza compromessi accettabili, che non possono essere facilmente raggiunti in questo stadio e richiedono più tempo.
Un’altra conseguenza è la possibile riconsiderazione del modo in cui incorporare uno degli elementi principali dell’integrazione – libero movimento delle merci, servizi, persone e capitali. Le paure di un’invasione da parte di forza lavoro a prezzi stracciati e senza troppe pretese e del trasferimento del potere produttivo verso l’Europa centrale e dell’est non dovrebbero essere sottovalutate. In questo contesto è fuori discussione che l’UE abbia bisogno di una strategia più integrata e di regole chiare per le relazioni tra stati membri. E non solo rispetto alla politica.
La terza conseguenza è che gli eventi recenti in Francia e Olanda potrebbero influenzare negativamente la crescita economica e il tasso di cambio dell’euro. E ciò può solo aggravare i futuri problemi.
Dal punto di vista della Bulgaria e della Romania un avanzamento del genere è indubbiamente negativo. La situazione è interpretata come segno che gli stati membri non vogliono l’allargamento ad altri stati più poveri con problemi politici e legali. Allo stesso tempo il possibile ritardo nella ratificazione dei contratti firmati ad aprile 2005 avrà probabilmente un impatto negativo sulla qualità della vita e le economie dei due stati. Ciò rappresenterebbe un cattivo esempio per glialtri stati che vogliono diventare membri dell’UE.
La conclusione più importante è che l’UE ovviamente è arrivata al limite del suo allargamento. Necessita di un periodo intensivo sufficiente per riconoscersi e per abituarsi al suo “corpo” politico. Per poter difendere il suo posto nel mondo globalizzato è necessario realizzare al suo interno ottime condizioni sociali ed economiche. In questo senso l’integrazione dell’UE non è più semplicemente un’attività politica ma comprende più settori. E sicuramente, non dovrebbe essere più nelle mani dei governi nazionali ma dovrebbe coinvolgere più attori.

*Borislav Gradinarov è professore presso l’Institute for Philosophical Research – Bulgarian Academy of Science.


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