La nuova vecchia politica europea
Richard Gowan*
Agli inizi del 1930, il critico liberale parigino Albert Thibaudetgiunse alla conclusione che dal 1789 il suo paese era statocaratterizzato da un conflitto tra “la vecchia e la nuova Francia” .Questa lotta è stata portata avanti attraverso battaglie più specifichetra la destra e la sinistra, il cattolicesimo e il laicismo, e tral’industrialismo e l’agricoltura. Settant’anni dopo, possiamoaggiungere un’altra divisione a questa lista: tra gli elettori del “no”e del “sì” sulla Costituzione europea.
Osservando la campagna che è culminata con la sconfitta dellaCostituzione in Francia, sarebbe stato difficile non cogliere la naturastorica del dibattito. Questo è stato in parte una questione dipersonalità. A differenza dei politici olandesi relativamente giovani,beneficiari di un paio di giorni di gloria internazionale, molti deigiocatori chiave della Francia erano politici di vecchio corso. SeJacques Chirac è stato in politica per quarant’anni, la sua attualenemesi, Jean-Marie Le Pen, è stata una figura nazionale conosciuta (eampiamente attaccata) dalla fine degli anni cinquanta.
Non erano solo gli oratori ad avere un pedigree particolare:erano i loro argomenti. La retorica della campagna francese riprendevale lotte citate da Thibaudet: entrambe le parti si appellavano aivalori sia della Repubblica sia dell’Unione. È stato, quindi, ironicoche uno dei pochi vincitori del crollo sia stato Dominique de Villepin,nuovo primo ministro e ammiratore convinto di Napoleone. Ecco unastoria familiare: i francesi tentarono una rivolta e si ritrovaronoguidati da un “Bonapartista”.
È stato quindi molto facile per i commentatori esterni trattare lasituazione francese nei termini di Rumsfeld: la vecchia Europa che sicomporta a vecchio modo. In questa occasione, la “vecchia Francia” diThibaudet era una curiosa accoppiata di destra e sinistra – la “nuovaFrancia” un amalgama inquieto di riformisti genuini e pragmatisti. Piùin generale, il corso della campagna sembrava confermare le paure deiteorici politici liberali francesi riguardo all’insorgere di“un’atmosfera generalmente antiliberale” come milieu nazionale .
In questo contesto, molti hanno risposto al “no” con argomentazionisemplicistiche e cioè che la Francia è semplicemente ferma al passato,incapace di accettare la modernità, e così via ad nauseam. Ciògiustificherebbe il voto come un fenomeno nazionale (scuse simili siritrovano per giustificare gli eventi in Olanda). I pro-Europa sonocertamente stati inefficienti nello spiegare i benefici della lorocausa, il si, ma il vero problema era un malessere domestico – noneuropeo!
Seguendo questa logica, i commentatori hanno sottolineato ladivisione tra l’elettorato e l’elite nel corpo politico francese,fermandosi alla paralisi e corruzione percepita di quest’ultimo. Questedivisioni si sono riprodotte – fino all’esasperazione – in Olanda, doveun’alleanza di tutti i partiti tradizionali favorevoli allaCostituzione si è trovata di fronte al rifiuto pubblico. In questitermini i “no” sono state proteste radicate nell’alienazione, e nonvere scelte politiche.
Queste analisi permettono tante lamentele, alcunegiustificate, riguardo la separazione tra le persone e la politica. Mala caccia al capro espiatorio ci fa perdere le verità basilari rivelatela scorsa settimana:
1. Gli elettori francesi e olandesi non hanno mostrato“alienazione” in queste campagne, ma un coinvolgimento inaspettato conciò che era in gioco: i saggi sulla Costituzione hanno dominato leliste dei best-seller francesi, e la partecipazione olandese del 62% èstata almeno il doppio di quella prevista dai sondaggi.
2. I tentativi di distinguere tra la politica nazionale e quellaeuropea diventano sempre più insignificanti: queste distinzionipotranno essere confortanti, ma non tengono conto del fatto che glielettori francesi e olandesi hanno visto un chiaro nesso tra i livellipolitici. L’elettore fa scelte più “di sistema” rispetto alcommentatore politico (“si” o “no”), e quest’ultimo non può sempredisaggregarle fino a renderle insignificanti.
Ciò che in realtà hanno dimostrato i referendum è stata la convergenzatra la politica europea e quella nazionale. Sia in Francia che inOlanda le vecchie divisioni tra la sinistra e la destra sembravanoconfuse: la Costituzione ha creato una spaccatura tra il partitosocialista francese e le associazioni di categoria. Il linguaggiopolitico del socialismo contro il capitalismo, da tempo diventatoanacronistico, è stato reinventato come “Europa sociale” contro “Europaglobale”, il “modello francese” contro il “modello anglosassone” e“Oui” contro “Non”. I politici e gli elettori si sono riallineatisecondo queste nuove linee, reinterpretando i loro valori e interessisecondo questa nuova dicotomia.
Questo riallineamento non deve essere sottovalutato. Non è sufficientepensare che elettorati confusi, scontenti delle loro elite, abbianooptato semplicemente per voti di protesta. Piuttosto, questi votirappresentano la realtà che l’Europa non è più semplicemente unprogetto da spiegare ai cittadini. Ciò che essa adesso rappresenta èdiventato essenzialmente politico, un soggetto per scelte ideologiche.Il Financial Times argomenta che i governi dovrebbero usare le campagned’informazione pubbliche per presentare l’UE “in modo reale”, ma lapolitica non è solo un business basato sui fatti .
Invece di essere venduta sulla base dei fatti, l’UE in futuroprobabilmente diventerà più politica – non di meno a causa delprecedente per plebisciti ora stabiliti. Eventualmente, potremmo vederedivisioni nuove tra i partiti attuali negli stati membri dell’UE, sullabase del fatto che i politici e gli elettori sono sempre più uniti coni loro atteggiamenti verso, e comportamenti in l’Europa. La battagliatra “vecchia Francia e la nuova” e divisioni democratiche simili daaltre parti si sono semplicemente trasformate magicamente perriflettere le nuove circostanze politiche.
Cosa si deve fare? Sono sicuramente necessarie argomentazionipolitiche migliori in Europa. Ma anche un certo realismo: unriconoscimento del fatto che, come le lotte tra partiti politici nondevono distruggere gli Stati, così anche gli scontri in Europa nondevono essere eccessivamente distruttivi. Albert Thibaudet ha osservatoche le tribolazioni francesi sono risultate in “un sistema di leghe diidee, stabilite sulla base della tolleranza e della cooperazioneanaloghe a quella di una vera “Lega di Nazioni”. È stato troppoottimista – sia in termini di tolleranza nazionale francese, sia dellaLega. Ma se l’UE, attualmente un’organizzazione di più successorispetto a quanto non lo sia mai stata la Lega, intende prosperare,dovrebbe seguire la prescrizione di Thibaudet: nonostante le nostredivisioni e sconfitte, rimaniamo calmi.
*Richard Gowan, che qui scrive a titolo personale, èstato precedentemente ricercatore presso The Foreign Policy Centre diLondra.
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