Europa: uno scontro di sogni
Deniz M. Akkan*
Si potrebbe, in modo molto ottimistico, dire che la crisi scaturita dai referendum della settimana scorsa è solo un altro intoppo sulla strada che porterà all’Unità Europea, forte abbastanza da agitare gli animi ma non forte abbastanza da far deragliare il treno. Dopo tutto sembra che i francesi abbiano una tradizione di far da pionieri di un progetto per poi non appoggiarne le idee, come nel caso del 1954 per la “Politica di Difesa Comune”. E gli olandesi, che erano così eccitati per il referendum, il primo in 200 anni, che non si sono trattenuti e hanno sputato il rospo tutto in una volta! Avevano detto così tanti “NO” nel tempo (No al governo, NO al cambio di politica, NO ai mussulmani, No all’euro, NO all’allargamento, NO alla perdita dei posti di lavoro e NO al mondo che cambia) che erano pronti a ridirlo forte e chiaro, qualsiasi domanda gli fosse stata fatta! Comunque, questa volta, è tempo di affrontare la realtà: l’EU sta attraversando la crisi più profonda di tutta la sua storia di mezzo secolo. Molti dicono che questa sia la reazione/conseguenza naturale delle condizioni economiche (il ristagno e la crescente disoccupazione dovuti in parte all’allargamento), il riflesso del puro egoismo e dei capricci degli stati più ricchi che non sono disposti a condividere le loro ricchezze per integrarsi nel sistema globale. Ad ogni modo, molti sarebbero altresì d’accordo ad ammettere che la situazione sia il preambolo per un dibattito onesto e salutare per l’Europa. Fino ad ora ci sono state troppe risposte alla domanda “Perché NON ci dobbiamo unire?”. Ora è il tempo di rispondere tutti insieme alla giusta domanda “Perché ci DOBBIAMO unire?”. Questo braccio di ferro porta la questione ai minimi termini: come sopravvivere allo stato sociale? Non è un segreto che l’Europa abbia perso la sua competitività rispetto al resto del mondo. Comunque, persi nella completa negazione, i paesi come la Francia possono ancora far finta di niente davanti al resto del mondo, illudendosi di poter combattere la globalizzazione e l’erosione del loro potere dal mondo politico da soli. Comunque, ogni bambino francese nasce nella globalizzazione che gli piaccia o no e la Francia può esistere solo in un’Europa più forte! Il contrario, cioè una completa illusione, è stato alimentato dai politici locali/nazionali che rimproverano l’UE per le difficili e complesse (ma inevitabili) riforme diventando così il capro espiatorio degli ultimi anni. Mettere il veto sulla costituzione non aiuterà ad evitare ciò che ogni membro dell’Unione teme. Lo stato sociale è diventato un lusso per il vecchio continente e a meno che il Mercato libero non prevalga sulle altre politiche economiche europee, l’Europa si disgregherà in pezzetti più deboli, che saranno facilmente assorbite dalle potenze emergenti che crescono nell’ordine dei milioni ogni anno. Persi ciascuno nel proprio piccolo mondo, non tenendo conto del contesto nel suo insieme, i cittadini europei, a cui piacerebbe posporre – se non cancellare – il progetto dell’”unione politica”, sembrano avere idee contrastanti su ciò che vogliono nella vita. Insistendo nel mantenere tutti i loro diritti sociali, e limitando le loro relazioni a un’unione di economia e diritti comuni, vorrebbero diventare una superpotenza mondiale, senza forza militare, senza una politica estera comune, senza soluzioni creative per i punti dolenti. Queste sono aspettative contrastanti, che creano politiche conflittuali. L’Europa è andata troppo oltre e troppo in profondità per tornare ai giorni del libre-echange. C’è solo una via d’uscita: andare avanti. Il Progetto Europeo avrà senso solo quando sarà completato, cioè quando sarà un’unione politica. Quindi, bisogna spingere sull’acceleratore e tenere il passo. Ciò richiederebbe che i politici locali/nazionali siano onesti con il pubblico e affrontino la situazione. Il Progetto Europeo non ha altre alternative. Non dovrebbe essere presentato come una scelta cara. Lo scudo protettivo che un’Europa forte può fornire è semplicemente l’unico modo di sopravvivere per qualsiasi membro dell’Unione. Per questo motivo, incoraggiare l’intolleranza, la xenofobia e incrementare il nazionalismo, a lungo andare, non aiuteranno nessuno. L’elite politica europea ha preso una saggia scelta il 17 dicembre 2004 fissando una data per le negoziazioni turche e di conseguenza ha fatto un grande passo avanti. La membership turca renderà al Progetto Europeo un enorme contributo, in merito all’economia, la cultura, la politica e la difesa. È una vergogna vedere l’enorme divario tra l’elite politica e il pubblico ordinario in Europa, ma è una questione separata, troppo ampia per essere affrontata in questo articolo. Vale la pena di condividere un’osservazione a riguardo delle discussioni sui referendum sia in Francia che in Olanda. Nonostante il bombardamento di ideologie e promozioni feroci contro la costituzione e l’annessione della Turchia, la Turchia non è stata nemmeno menzionata nei dibattiti che hanno avuto luogo dopo i referendum! Senza ombra di dubbio, ciò dovrebbe rivelare al pubblico una volta per tutte che non è la Turchia da biasimare per le riforme inevitabili che i paesi membri dovranno eventualmente implementare e il tenerla fuori dall’Unione non li proteggerà dagli effetti della globalizzazione. Il dibattito sul futuro dell’Europa non dovrebbe ridursi all’annessione turca, ma piuttosto chiedere alla gente in che posto vuole vedersi nella vita. In un’Europa forte o in un’Europa di sogni infranti? Quindi, il voto negativo non dovrebbe avere implicazioni sulla data di apertura delle negoziazioni con la Turchia, 3 ottobre 2005. Nonostante i risultati dei sondaggi, posporre o annullare le negoziazioni con la Turchia ha un prezzo che l’Europa non si può permettere di pagare. Non considerando l’erosione del prestigio, l’UE perderebbe anche la sua credibilità e non potrebbe più dire di essere un unione di diritti e la terra della legalità. Tuttavia, è un fatto che aprire le negoziazioni in tempo non implica chiuderle con una membership totale, nei prossimi dieci anni. Non sarà una sorpresa sentire più di una volta il termine “Cooperazione Rinforzata” durante le lunghe e drastiche negoziazioni a cui la Turchia verrà sottoposta dall’EU. Speriamo che per allora l’Europa abbia una chiara definizione e la Turchia abbia condotta pulita.
* Deniz Akkan è PhD student in Economia dell’Unione Europea presso l’Università di Marmara, Istanbul
TORNA INDIETRO
|