L’accusa reciproca
Koert Debeuf*
Dopo cinque vittorie consecutive dell’estrema destra in Belgio, il 13 giugno 2004 è stato la vera svolta per il Vlaams Blok. Se consideriamo che il partito che alla fine ha avuto la meglio era in realtà una coalizione di due partiti, dobbiamo allora ammettere che, con il 24% dei voti, il Vlaams Blok (partito fiammingo di estrema destra, ndt) è diventato il partito più grande delle Fiandre.
Com’è possibile? Questa è la domanda che tutti ci facciamo alla fine di ogni singola elezione. E ogni volta riemerge la stessa reciproca accusa tra i media e la politica. I media accusano i politici di proporre programmi sbagliati, facendo soltanto gli affari propri e comunicando male. I politici accusano i media di dare solo cattive notizie e di utilizzare format che non funzionano perché non lasciano abbastanza tempo per spiegare al pubblico i veri problemi che ci affliggono. Probabilmente hanno ragione entrambi.
Se un membro del Parlamento presenta una proposta seria ma non “sexy” non avrà chance di ottenere un buon articolo sui giornali e tanto meno in televisione. È frustrante ma i media hanno una spiegazione per questo: quali sono le possibilità che questa proposta diventi realtà? Dopo tutto, se la proposta non è sostenuta dal partito o dal governo non ha grandi possibilità di realizzarsi. I membri del parlamento non hanno nulla da dire. Infatti, non osano nemmeno farlo visto che, se non sono d’accordo con ciò che il loro partito dice, rischiano di non ottenere un buon posto nella lista elettorale per le prossime elezioni. È il partito che decide chi sarà eletto e chi non lo sarà.
Del resto è il partito che decide chi diventerà ministro o segretario di stato. E quindi, quanto più sono buoni i rapporti con i vertici del partito, tanto più crescono le possibilità di intraprendere una carriera in politica. D’altra parte, anche i vertici del partito hanno un modo per scegliere i membri del partito. Sono i candidati a portare i voti. Ma non si portano voti fino a che non si è conosciuti, e il miglior modo per farsi conoscere è attraverso i media e in particolar modo la televisione. Ecco perché è conveniente avere nelle liste persone che già si conoscono: personaggi televisivi, calciatori, cantanti. Non sto qui mettendo in discussione le loro qualità, ma per essere un buon politico o un buon statista probabilmente servono altre qualità. Il resto dei MP viene scelto in base alla loro lealtà verso l’uno o l’altro dei membri del vertice di partito.
La strategia dei media è quasi la stessa. Non sono pagati per fornire al pubblico dibattiti politici lunghi ed eccellenti. Un programma televisivo ha successo in base a quanta più gente lo guarda. In televisione servono buoni comunicatori, persone conosciute e anche di bella presenza. E così il cerchio si chiude. Il parlamento è pieno di buoni comunicatori che piacciono ai media. Il resto dei parlamentari è seduto lì solo per votare e supportare i loro padroni politici.
Come possiamo aspettarci che le persone pensino che la politica lavora per loro, per risolvere i loro problemi? Come possiamo aspettarci che le persone non percepiscano la politica come un gioco tra i media e i politici? Questo è il motivo per cui dovremmo riconsiderare i rapporti tra i due attori chiave. Altrimenti l’estrema destra, l’opzione scelta di solito da chi non si sente a proprio agio in questa situazione, continuerà a vincere fino alla fine della democrazia.
Bruxelles, 24 giugno 2004
* Koert Debeuf, che qui scrive a titolo personale, è advisor strategico del Primo Ministro Belga Guy Verhofstadt. Ha studiato Storia Antica all’Università Cattolica di Leuven e all’Università degli Studi di Bologna. È stato Presidente nazionale del CVP-Jongeren (Giovani Cristiani Democratici), fondatore e portavoce del movimento di rinnovamento dei democratici cristiani e segretario dei Nuovi Cristiani Democratici, un movimento politico che promuove la cooperazione tra cristiani democratici e liberali. È autore del libro "Towards an open people's party” (2001 e dei mission statement del Partito Cristiano Democratico (2001) e del Partito Liberale (2002). È co-autore del pamphlet “The Democratic Papers” (British Council, Vision et al. 2004).
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