Tony d’acciaio
Daniel Schwammenthal*
Immaginiamo per un secondo che non vi sia stata “crisi” nell’ultimo summit europeo. Immaginiamo che il primo ministro Tony Blair si sia comportato da “bravo europeo” e che abbia accettato un taglio dei fondi inglesi senza fare riferimento ai sussidi agli agricoltori europei, solo per l’interesse di raggiungere un accordo, qualunque accordo, per dimostrare al mondo che l’Europa era tornata.
Un tale accordo avrebbe fatto volare tappi di champagne nei palazzi di potere a Bruxelles e nel resto del continente. Le prime pagine di tutta Europa avrebbero parlato di sorridenti funzionari darsi pacche sulle spalle per l’ottimo lavoro svolto. Gli insiders di Bruxelles e la maggior parte della stampa avrebbero chiamato Blair lo statista visionario. Questo gli avrebbe assicurato l’applauso di leader illuminati come il presidente francese Jacques Chirac, il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e il primo ministro lussemburghese, nonché attuale presidente dell’Unione, Jean-Claude Juncker.
Per fortuna ci è stata risparmiata una tale amorevole festa di ipocrita armonia, dato che l’Europa ne sarebbe uscita certamente peggio. La“sconfitta” dello scorso venerdì è stato proprio lo scossone che serviva all’Europa. La crisi del continente, probabilmente causata dal rifiuto della costituzione da parte dei francesi e degli olandesi, le domande di Blair su come preparare l’Unione al ventunesimo secolo attraverso la prossima presidenza inglese potrebbero aiutare l’Europa a risolvere i suoi veri problemi.
Qual è la vera natura della crisi europea? Non è una questione istituzionale, contrariamente ai numerosi errori dei tecnocrati di Bruxelles e delle loro attività non trasparenti. Non è il fallimento nel non avere trovato un accordo sul budget, visto che questa questione può ancora aspettare un altro anno e forse di più. E non è certamente il rifiuto di milioni di pagine di “legalese” che molti commentatori oggi credono siano state il punto di partenza dello smarrimento dell’Europa. Perfino i più convinti sostenitori dell’opera di Valery Giscard d'Estaing devono ancora spiegare perché l’Europa non potesse funzionare senza il trattato. Piuttosto, il rifiuto della costituzione, certamente in Francia, è un sintomo della vera crisi di questo paese e dell’Europa intera, del suo declino economico. E la politica economica è ancora principalmente appannaggio delle politiche nazionali e non di quella a livello europeo. La crisi europea, in altre parole, è soprattutto una crisi di leadership nelle varie capitali del Continente, soprattutto in quelle delle più grosse economie: Berlino, Parigi e Roma. È difficile immaginare i francesi rifiutare la costituzione se la Francia non avesse avuto un tasso di disoccupazione a due cifre e scarsa crescita economica.
Aggiungiamo a questo il fatto che molta gente, soprattutto in Olanda, è stufa della freddezza della classe politica europea e del processo non democratico di integrazione. Ma in Francia, è stata essenzialmente ansia esistenziale quella che ha portato al “no”. Questa paura è anche il motivo per cui così tanta gente di tutta Europa adesso chiede ragione di molti dei più importanti risultati dell’Unione. Da qui anche il dibattito sempre più isterico sull’allargamento e la libera circolazione dei beni. Il Capitalismo e i mitici idraulici polacchi sembrano essere diventati la più grande minaccia per la civiltà dell’Occidente dai tempi di Attila e degli Unni. La civiltà occidentale in questo contesto è sicuramente il cosiddetto modello sociale francese, che, come ha fatto notare il rivale di Chirac Nicholas Sarkozy, non è né sociale né un modello, visto che nessuno lo emula e, con più del 10% di disoccupazione, non si può proprio chiamare sociale. Solo il ritorno della prosperità economica farà uscire l’Europa da questa crisi. Solo eliminando queste ansie economiche e ridando fiducia su un futuro migliore può davvero incominciare un vero dibattito sulla direzione generale dell’Europa.
In teoria, dovrebbe essere semplice per Blair governare e promuovere le riforme economiche. Il primo ministro inglese potrebbe semplicemente puntare sul suo paese, dove il tasso di disoccupazione è la metà di quelli della Francia e della Germania e dove l’economia cresce a un buon ritmo. Ma questo non basta per abbattere le barriere intellettuali dell’Europa. Per gli europei abituati ai concetti convenzionali di giustizia sociale, è controintuitiva, dunque difficile da accettare, l’idea che leggi sul lavoro rigorose potrebbero non proteggere, piuttosto distruggere posti di lavoro o che minori tasse potrebbero portare a maggiori, non minori, introiti per il governo. Ecco perché viene loro facile credere alla caricatura dell’economia anglosassone “senza cuore” e pensare che tutti quei dati favorevoli sull’economia devono per forza derivare da un alto prezzo pagato dai più svantaggiati. È da qui che deriva il dibattito sul budget. Francia e Germania hanno usato la riduzione dei fondi alla Gran Bretagna come tattica per spostare l’attenzione dal “no” francese. Ma questa mossa si è rivelata un boomerang perché ha dato invece a Blair un potente argomento sul quale vincere lo scetticismo dell’opinione pubblica europea. Contrariamente a quanto successo per le riforme economiche, l’assurdità e l’ingiustizia di spendere più del 40% del budget dell’Unione solo sul 5% della sua popolazione unisce tutte le divergenze ideologiche. Non bisogna essere un economista per capire che è un terribile spreco di risorse spendere più di 40 miliardi di euro sugli agricoltori, sette volte di più di quanto si spende per la ricerca. E per rifarsi a un certo tipo di solidarietà europea appare quantomeno bizzarro che il sistema sia distorto in maniera tale che la Francia, e non gli agricoltori della più povera Polonia, riceva la fetta più grande dei sussidi. Così, quando oggi Blair presenterà la sua agenda di riforma, lo farà da una posizione di forza e di grande solidità morale. E una opinione pubblica europea, che fino a una settimana fa potrebbe essere stata poco propensa a considerare le idee di Blair, potrebbe essere oggi più incline a farlo, dopo aver ascoltato le sue argomentazioni sul budget. Questo farà aumentare la pressione sui leader europei a seguire l’esempio britannico.
Alla fine, il budget non è la panacea per il progresso economico in Europa. I sussidi di 40 miliardi agli agricoltori sono solo una frazione dell’1% del PIL europeo e passare parte di questi ai ricercatori è da un punto di vista economico un miglioramento marginale. Gli scienziati sono senza ombra di dubbio più importanti degli agricoltori per l’economia del XXI secolo, ma finanziare il loro lavoro tramite sussidi sarebbe ancora una scelta da IXX secolo. Il dibattito sul budget, comunque, è importante dal punto di vista simbolico, ponendo due diverse prospettive economiche, e i loro protagonisti, una contro l’altra. E il vincitore, come anche la stampa francese ha ammesso (senza accettare necessariamente le sue argomentazioni) è chiaramente Blair. Particolarmente incoraggiante è stata la reazione dell’Italia, dove la stampa si è schierata quasi all’unisono contro Chirac. Il quotidiano economico IlSole24Ore in un suo editoriale ha chiamato il leader francese “il nemico dell’UE”. Renato Brunetta, consigliere economico del primo ministro Berlusconi, ha detto su La Stampa che “l’Italia deve supportare Tony Blair, l’unico, oggi, capace di esercitare la leadership". Il tentativo di Blair di ridisegnare l’Europa un po’ più a immagine del Regno Unito sarà molto facilitato anche da fattori esterni come ad esempio la probabilità che il Cancelliere Schroeder perda il suo mandato a metà della presidenza inglese. Schroeder mette la sua personale amicizia con il presidente francese al di sopra degli interessi del suo paese. La Germania, soprattutto grazie agli immensi sussidi agli agricoltori, è il contribuente netto più grande d’Europa. Ciononostante, Schroeder ha lasciato solo Blair, facendo fallire l’accordo sul budget. La cristiana democratica Angela Merkel, che pare dover prendere il posto di Schroeder a settembre, ha espresso il suo supporto ad alcune posizioni di Blair anche se il suo partito dipende molto di più dai voti degli agricoltori rispetto a quello di Schroder. Anche le sue idee economiche generali sembrano essere più vicine al New Labor di Blair piuttosto che all’asse franco-tedesco. Chirac intanto ritorna dal summit più indebolito di prima. Adesso ha il più basso consenso mai dato a un presidente francese dal tempo di De Gaulle. Tutto sommato, lo stato dell’Unione appare molto più promettente di quanto non lo sia stato per lungo tempo.
Bruxelles, 23 giugno 2005
* Mr. Schwammenthal è editorialista del Wall Street Journal Europe, per cui cura la rubrica “State of the Union”.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Wall Street Journal. Ristampa permessa dal The Wall Street Journal Europe. Tutti i diritti riservati.
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