Elezioni europee: uno sguardo dall'isola
Claire O’Brien*
Soltanto otto giorni dopo, e il grande transatlantico che si era imposto per un istante all’orizzonte politico è già scomparso. Affondato nei fondali ghiaiosi della psiche nazionale, riposerà lì in un lungo silenzio d’acqua. Solo un occasionale spruzzo che spumeggia in superficie rievocando la memoria del grande progetto sprofondato negli abissi. Fu onorevole? O arrogante? Chi ancora in vita si ricorda? Tutto quello che sappiamo oggi è che un grande, lussuoso vascello, un trionfo dell’ingegneria e dell’ottimismo dei suoi tempi, che ospitato un èlite facoltosa e cosmopolita, è lentamente collassato sotto il peso del suo proliferare, della sua complessa infrastruttura, portando a una fine prematura il suo viaggio inaugurale.
Potrebbe sembrare una metafora complicata. Ma non esagera nel raccontare la mancanza di resistenza della presenza politica delle istituzioni democratiche europee, né la natura momentanea della loro visibilità agli occhi della popolazione britannica.
Certamente questa volta l’Europa non è morta. Lungi dall’esserlo, alla Gran Bretagna, insieme all’Europa, spetta invece un nuovo ciclo maniacale di trattati, la cui l’ultima esperienza risale a Maastricht. In questa occasione, almeno per 20 o 40 anni, la novità sarà che il dibattito parlamentare (che durerà anni, anziché mesi così è stato indicato dal governo) sarà guidato dai laburisti, piuttosto che dal partito conservatore. Come risultato, una discussione pubblica più ampia delle questioni verrà subito evitata e sarà ridotta ai soliti giochi numerici, storicamente supportata dai conservatori, e cioè se i dissidenti interni porteranno il governo a peggiorare o meno.
D’altra parte, con i Tories all’opposizione, la loro perpetua, atavica ossessione sull’Europa e la sua sovranità raggiungerà nuovi, sconcertanti livelli di irrilevanza, sottolineati solamente in prospettiva dalla probabilità che il UKIP (il Partito Indipendente del Regno Unito) spaccherà il voto euroscettico alle elezioni generali del 2005 e all’interno del partito laburista in carica. Come per il referendum, attualmente nei sondaggi una persona su due è contro la Costituzione. Questa volta sembrerebbe che gli inglesi facciano sul serio. Ma dovremmo leggere la bassa affluenza alle urne e il boom euroscettico nell’Euro parlamento come prova inconfutabile di una nuova ostilità popolare che perdurerà, predicendo un “No” finale e che presto farà si che la gran Bretagna esca dall’Europa?
La risposta dovrebbe essere “No”. Per il partito laburista aver raggiunto il terzo posto nelle elezioni europee, locali e comunali è un brutto colpo. Tuttavia, esistono anche altre considerazioni.
In primo luogo, entrambi i sostenitori principali dei laburisti, e tutti gli indecisi, sono rimasti a casa, o perché erano sufficientemente soddisfatti con lo status quo attuale e non lo volevano cambiare, o deliberatamente, per protesta contro la guerra. Al contrario, per i sostenitori regolari dei conservatori – in proporzione sempre il gruppo con la maggiore affluenza – se non altro, è stato molto meglio che votare, con il governo a metà del secondo trimestre, e in difficoltà per la scelta sull’Iraq. Inoltre, i sostenitori della destra, insoddisfatti della guida “centrale” di Michael Howard, avevano tutte le ragioni (prima che i manifesti fossero pubblicati e iniziasse la battaglia per le elezioni generali del prossimo anno) di esprimere una preferenza verso una posizione più euroscettica tramite la defezione al partito UKIP.
Il modello di voto britannico nelle elezioni europee dovrebbe quindi essere, in questa occasione, percepito soprattutto come l’espressione delle attitudini e emozioni scaturite dai rapporti degli elettori non verso “l’Europa”, ma verso i partiti di casa.
Tuttavia ciò simultaneamente ci trasmette, in teoria e in pratica, un verdetto fortemente negativo – e anche non sorprendente – sulla democrazia europea. È piuttosto ovvio che, i sostenitori delusi di entrambi i partiti più grandi voteranno in numero maggiore, e voteranno lealmente, in un’elezione generale, perché sono a conoscenza del valore strumentale che il loro voto assume in questa occasione. Lo spazio d’espressione per il sentimento verso il partito – dimostrato nel giugno passato dall’astensione o dall’aver votato per i partiti minori – è tenuto fuori da quel contesto dall’imperativo di agire strumentalmente quando si potrà farà la differenza per le questioni importanti – scuole, sanità e tasse - nelle vite degli elettori.
Allo stesso modo, quando e se il referendum si farà, la conoscenza che gli elettori ora possiedono, ma che si possono permettere di sopprimere impunemente nel rispondere ai sondaggi – vale a dire che o l’astensione dal voto o il voto sfavorevole taglierà la Gran Bretagna fuori dall’Europa – verrà finalmente usata. Sarebbe troppo rischioso, troppo fuori dalla corrente generale, troppo deviante, nel contesto dei costumi dei nostri vicini geopolitici e un salto nel vuoto per i giovani elettori, scegliendo l’isolamento dal continente.
Nel frattempo l’Europa continua a giocare il solito ruolo di capro espiatorio del generale risentimento. Precedentemente questo risentimento si poteva “stemperare” votando per affermare una tendenza di destra basata sulla noncuranza nei riguardi degli emarginati sociali. Essendo ora questa strada bloccata per ragioni pragmatiche (la destra ancora manca di credibilità elettorale) la ricerca di vie alternative per dare sfogo al risentimento è soddisfatta invece dal disprezzo per la “durezza” del progetto europeo, ed espressa nell’arena immaginaria che le istituzioni “democratiche” europee hanno fatto la loro per permettere che ciò accadesse.
Questo effetto è unito al fatto che, anche dopo decadi, un dominio politico europeo è ancora da definire. C’è vuoto infatti, laddove dovrebbe esserci un contesto condivisibile a tutti tra programmi politici opposti, amalgamato e spiegato da una chiara scelta tra diversi pacchetti di possibile policy, e laddove dovrebbe esistere già una comunicazione agli elettori, affidabile e condivisibile, su identità alternative e storie che parlano degli europei e dell’Europa.
In aggiunta a ciò che già sappiamo – il votare alle elezioni europee “non fa la differenza”, dato il debole ruolo del Parlamento nell’organizzazione costituzionale complessiva che toglie all’euro-voto il suo significato strumentale. Ciò lascia percepire il forum democratico europeo come un momento in cui gli elettori hanno via libera o per assecondare l’apatia generale, o per esprimere in questo luogo le loro preoccupazioni politiche domestiche.
Affrontando il gap politico sopra descritto, deve essere una delle sfide più grandi per i radicali pro Europa. Sicuramente la Costituzione ha in qualche modo cercato di affrontare questo problema, abbozzando misure che mirano a creare un coinvolgimento maggiore da parte dei Parlamenti e dei cittadini. Essa ha supposto che, stabilendo una maggiore integrazione delle strutture e dei processi delle democrazie nazionali e europea, si darebbe il via a un maggiore impegno popolare con l’Europa intera.
Ma senza impregnare la scelta esercitata dagli elettori europei nelle recenti elezioni di un significato politico indipendente, l’Europa sarà imprigionata nelle preoccupazioni dei partiti domestici che la potrebbero smembrare in 25 parti diverse a seconda delle reazioni stagioni politiche ed economiche nazionali. Ciò che è veramente necessario, è quindi la costituzione di un territorio transeuropeo che riconosca e possa rispondere alle preoccupazioni individuali, e che possa riflettere un’immagine di noi stessi e della nostra società.
Certamente questa possibilità minaccia nettamente i partiti nazionali. Una qualsiasi dispersione dell’energia e dell’interesse politico degli elettori verso il piano trans-nazionale distoglie la luce dei riflettori al momento puntati sui politici nazionali. La creazione di politiche continentali infine potrebbe, impensabilmente, galvanizzare identità più grandi e creare il desiderio di un superstato capace di indurre i partiti politici nazionali a condividere la luce della ribalta. Cattive argomentazioni scaturirebbero sicuramente mentre i politici nazionali e gli euro usurpatori lottano per determinare l’equilibrio del nuovo potere (per esempio, sul rilancio a qualsiasi livello della rappresentazione ambivalente, permettendo ai parlamentari nazionali di partecipare nelle decisioni europee).
In pratica ci sono ancora grosse problematiche da risolvere, legate alla differenza di lingue e culture. Ma mentre la globalizzazione prosegue e l’appoggio economico e sociale dell’economia politica europea si consolida ulteriormente, esse si restringeranno diventando ostacoli per l’emersione di una vera coscienza politica europea. Già l’immaginazione e la percezione politica della comunità si spingono oltre i confini nazionali, in parte grazie all’effetto fisso, se non sismico delle iniziative istituzionali europee, e certamente sintetizzato dai leaders nazionali. La questione critica per trasformare le elezioni europee future, da una lotta tra ombre a leva di democrazia, è perciò concentrata sulla possibilità che i partiti politici europei come sono adesso riescano o meno a carpire il futuro, innovandolo, o soffocandolo per difetto.
Londra, 25 giugno 2004
* Claire O’Brien è PhD in “Human Rights Futures” alla London School of Economics, dove si occupa anche di ricerca al Centro per l’analisi dei Rischi e Regulation (CARR). Per il CARR studia le prospettive regolamentari di difesa dei diritti umani nel settore privato, con un focus particolare sulle organizzazioni transnazionali. Ha svolto consulenza sui diritti umani per il Dipartimento degli Affari Costituzionali del Regno Unito e per diverse ONG. Si è laureata a Cambridge e alla Facoltà di Legge dell’Università di Londra. Collabora con Vision su diversi progetti dedicati all’Europa ed è coautrice dei “Democratic Papers” (British Council, Vision et al. 2004).
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